FURENTE, Sula Ventrebianco

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FURENTE, Sula Ventrebianco

PicsArt_12-13-09.27.45Se si dovesse sintetizzare l’essenza di questo terzo disco dei Sula Ventrebianco in poche righe, ebbene si potrebbe scrivere hard rock con richiami al grunge più vivo, quello dei primi anni novanta. Ed allora quelli a cui piace citare grandi gruppi di quell’epoca avrebbero solo l’imbarazzo della scelta, ma non può e non deve essere questa la chiave di lettura di questo disco, perché si tratta di un lavoro originale pienamente figlio dei nostri tempi. È un disco pieno di riff potenti e di un energetico furore, che però non disdegna atmosfere e suoni più onirici e psichedelici, che non fanno che esaltare la voce di Sasio che si modula perfettamente con i brani, riuscendo ad essere, a seconda delle necessità, forte e graffiante oppure quasi un inquietante sussurro. Il disco è compatto, suoni e parole si innestano perfettamente e c’è sempre, anche nei brani più lenti, un magma sonoro di fondo che riempie ogni spazio e fa sì che nessun brano appaia troppo scarno o parzialmente vuoto. Una garanzia del gruppo sono le improvvise accelerazioni, che rendono il tutto molto dinamico e mai scontato.

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Il disco inizia con quattro brani incisivi. Il primo brano “Notre Dame” è un attacco potente con chitarrePicsArt_12-13-09.31.11 distorte che danno al brano un incedere maligno, violento, in cui la voce dura ed energica da quasi l’impressione di una fine tragica ed imminente. Ma in realtà, a suo modo, questo brano vuole esaltare l’importanza di condurre una vita vera, l’uomo moderno da troppa importanza alle futilità ed alle apparenze, è convinto di non dover più morire. La terra, con una amara ironia, è invocata come una sorta di protezione finale, un luogo in cui è possibile ritrovare la serenità e nel quale non possono raggiungerti i lupi. Il secondo brano “Mani di piuma” segue la scia di potenza ed incisività aperta dal primo, c’è dolore in questo brano, il dolore che viene dal passato, da esperienze che non possono essere dimenticate. “…Di striscio” è, invece, un brano più crudo, canta del malessere che agita il sangue e lo rende simile ad un mare in tempesta in cui siamo costretti a navigare. L’ultimo brano dei quattro iniziali “Cumulonembo” da l’idea di una vena pulsante, la voce e la chitarra sembrano giocare a rincorrersi. Il tuono può esplodere ovunque, può essere fonte di gioia o di dolore, sarà una sorpresa, ma comunque vadano le cose è destinato a passare.

PicsArt_12-13-09.29.34“Lingua gonfia” è un brano lento, che ti avvolge e ti fa riflettere, un brano oscuro fatto di catene, di difficoltà ad esprimere liberamente i propri pensieri ed i propri sentimenti, proprio come una lingua, che è viva e vegeta, ma che è costretta a stare in una bocca che mai più si aprirà. “Tienimi ed urlami e forse ti udirò” sembra voler lanciare l’ultimo grido d’aiuto, l’ultimo verso è l’ultima speranza, la volontà di lasciare aperta almeno una porta, mentre la voce sembra quasi cantare una nenia dei tempi remoti. In “Subito prima” e “Delle Onde” vincono le atmosfere più psichedeliche, un inno all’amore cantato senza le vecchie paure, una dichiarazione d’intenti, “ora lo so che la neve non si scioglierà”, che termina in maniera onirica, mentre la voce canta la più semplice delle melodie.

Il ritorno alla potenza si ha con “Glory hole”, sono la rabbia e la delusione a prendere il sopravvento, ciPicsArt_12-13-09.30.25 sono loschi figuri che vogliono prendersi tutto e non lasciarci nulla, ci vogliono spogliare della gioia di vivere, sporcano i nostri sogni con tutto il loro nero, con tutta la loro negatività. Questo testo parla alle nostre coscienze, un pugno dritto nello stomaco, io “non voglio più l’odore d’oro e vanità”. Il brano successivo, “Grano”, più lento e triste, parla ancora alle coscienze, ma non con il pugno nello stomaco del brano precedente, bensì con un tocco simile ad un’amara carezza o un sorriso disilluso, sembra quasi che le parole vogliano morire, quel “non so cosa dire se non c’è più niente” ripetuto più volte suona quasi come PicsArt_12-13-09.28.28un doloroso addio, come la resa d’una stella minore decisa a cadere (ed invece no). L’ultimo brano più potente del disco è “Allo specchio”, un brano che si scaglia contro la tendenza della società moderna a imporci dei comportamenti falsi, ad alterare ciò che siamo, quello che ci piace. Ed alla fine se ci guardiamo in uno specchio, non sappiamo più chi siamo.

Il disco finisce con due ballate, la prima, “Cornelio”, narra d’un amore descritto con scene che potrebbero appartenere alla vita di ciascuno di noi. La seconda ballad “Così finta” è più intrigante, il degno finale d’un disco da ascoltare tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, il mare cantato visceralmente in “Notre Dame” sembra tornare a chiudere il discorso iniziale, ma questa volta arriva in modo più lieve. Ascoltando la canzone, sembra sentire un’onda che leggermente ti accarezza, sembra che tutto il male sia stato portato via da quest’onda.

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By | 2017-08-01T21:25:38+00:00 dicembre 14th, 2015|MUSICA|2 Comments

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2 Comments

  1. brigante74 14 gennaio 2016 at 19:32

    Ciao Fabio,
    grazie per aver gradito la nostra recensione. Siamo appena nati e quindi ci fa sapere di avere buoni apprezzamenti!
    Furente è davvero un bel disco, speriamo che la band possa suonarlo spesso!
    Grazie per il commento
    Saluti dal Parco Paranoico!

  2. Fabio 14 dicembre 2015 at 17:03

    Disco bellissimo, carico di potenza ed emotività. Lo ascolto da quando è uscito con la stessa intensità. La recensione è molto bella complimenti

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