…AND OUT COME THE WOLVES, Rancid

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…AND OUT COME THE WOLVES, Rancid

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ran_11995. Le major, dopo aver messo le mani sulla così detta musica grunge ed averci guadagnato fino a scoppiare, sfornando centinaia di gruppi identici – band che oggi non ricorda più nessuno – decidono che è arrivato il momento di mettere le mani su qualcosa di altrettanto redditizio. Ed ecco, allora, che, sfruttando una certa attinenza e propensione – post “Nevermind” – a quelle melodie orecchiabili, innestate su chitarre distorte, bassi martellanti e ritmi pressanti, si inventano il revival del punk.

Uno degli abomini più grossi della storia della musica moderna, fu proprio il tentativo di rendere pop, radiofonico, commerciale ed appetibile alle grandi masse, un movimento musicale, che, invece, tutto fu all’origine, eccetto questo. Il punk, in realtà, quello più vero, non si era assolutamente arrestato alla fine degli anni settanta, tante band, soprattutto in America, avevano cercato di portare avanti quel tipo di musica, erano riuscite ad andare oltre al nichilismo autodistruttivo iniziale, avevano portato nuove tematiche legate soprattutto alla difesa dell’ambiente ed al pacifismo, si erano aperte a contaminazioni oltre che con il reggae e lo ska, anche con il metal ed avevano costruito quella scena hardcore, così cara a gruppi come i Dead Kennedys, i Black Flag o i Minor Threat, gruppi che poi contribuirono a creare il background emozionale, musicale e sociale, sul quale avrebbero iniziato a muoversi le band del decennio successivo, soprattutto a Seattle e dintorni.

Terminata l’epopea grunge, a metà anni novanta, molte band appaiono prive di riferimenti. I massran_6 media prendono la pessima abitudine di etichettare semplicisticamente ogni singola band che si esibisca su un palco. È tutta una categorizzazione, un voler dare definizioni facili e immediate: o se di qua o di là, o sei questo o sei quello. Ed allora alcune band si rifugiano in una forte contaminazione di generi, altre escono dagli sputtanati circuiti mainstream e restano in quelli più nascosti ed underground, per i soli fans, destinando così sé stesse all’estinzione. Molti gruppi, però, per ovvi motivi economici e commerciali, si piegano alla moda del momento e danno vita al revival del punk.

Nel frattempo, già dalla fine del decennio precedente, avevano iniziato a far sentire la propria voce alcuneran_7 case discografiche indipendenti, soprattutto in ambito punk-hardcore. È il caso della Epitaph, fondata dal chitarrista dei Bad Religion, Brett Gurewitz, nel 1987, per registrare un album delle L7. E tra le band nel catalogo Epitaph ci sono i Rancid, una band che spazia dal punk, allo ska, al reggae. Il gruppo, in realtà, non è del tutto avulso allo show business, in quanto sia il cantante (Tim Armstrong), che il bassista (Matt Freeman), erano i fondatori degli Operation Ivy, una band ska-punk, discioltasi per non cedere alle tentazioni delle grandi major, ma tentare di portare avanti, sempre e comunque, un discorso artistico indipendente. Ciò porta alla nascita dei Rancid, che dopo due album tipicamente punk, come “Rancid” e “Let’s Go”, aggiungendo sonorità ska e reggae, pubblicano nel 1995 l’album “…And Out Come The Wolves” di cui quest’anno ricorre il ventennale e da ciò la decisione della casa discografica di ristamparlo.

ran_5Chi non ama questa band, potrà certamente lamentare il fatto che questo album suoni molto meno spontaneo dei primi due lavori, i quali sono più viscerali e perfidamente punk. In effetti questo album attinge musicalmente a piene mani dal mondo Clash ed in tal senso pecca di originalità, ma alcune canzoni sono ormai divenute dei veri e propri inni generazionali per i fans della band e più in generale per tutti quelli che, a metà anni novanta, si son fatti le ossa con i Pennywise, i NOFX o i primi Offspring. Anche la copertina dell’album è entrata nel mito, una copertina minimalista e volutamente poco rifinita, per dare quell’effetto vissuto, da strada, tutta in bianco e nero con un’unica scritta rossa in evidenza, il nome della band.

ran_4I Rancid nascono come un gruppo street punk ed infatti le loro canzoni riguardano fatti della strada, amori che finiscono presto e male, piccoli furti per sbarcare il lunario, storie di droga, il tutto sullo sfondo dei quartieri di periferia, quelli in cui vivono i più poveri, gli immigrati, gli emarginati. Il basso di Matt, sempre robusto e presente, rende, spesso, questi brani, nonostante la loro melodia, cupi ed oscuri. Quel basso sembra toglierti l’aria. Non c’è, però, solo sconfitta e negatività nelle storie metropolitane dei Rancid, c’è anche una buona dose di speranza, che è dovuta non tanto ad una rinata fiducia verso la società, ma semplicemente al rapporto di reciproca assistenza che si instaura con gli amici, il sentirsi uniti – parte di uno stesso progetto – per tentare di realizzare il proprio sogno, che è soprattutto quello di vivere suonando.

I brani non mancano certo di ironia, la prima canzone del disco “Maxwell Murder”, caratterizzata più diran_8 tutte da un basso incisivo e martellante, invita a comporre il numero d’emergenza 9-9-9, se volete davvero conoscere la verità, cantano ironicamente Lars e Tim. In “11th Hour” i due chiedono continuamente dove sia il potere, è un testo amaro perché parla di impotenza e di difficoltà ad esprimersi liberamente. Siamo delle colombe ferite ed i falchi ci sono alle calcagna, viviamo in un’epoca di giungle di cemento e montagne d’acciaio. Il disco contiene “Roots Radical”, che è uno dei must della band nelle esibizioni live, e si può considerare come il manifesto d’intenti del gruppo. Il verso “Give ‘em the boot”, ovvero “dagli di stivale”, ha inspirato una serie di compilation punk-hardcore, giunte alla sesta edizione, per promuore le band dell’etichetta indipendente “Hellcat Records”, fondata dallo stesso Tim Armstrong. È un brano positivo, in cui si parla esplicitamente della speranza di cambiamento respirata in tutti gli angoli delle strade, si parla di quanto siano cari i vecchi ricordi, anche se, spesso, essi sono legati ad eventi semplici. Tutti pensieri che sembrano rincorrersi, in attesa che il bus, il numero 60, quello che parte dalla periferia di Campbell, giunga finalmente a destinazione.

ran_10Altro brano famoso del disco è “Time Bomb”, bomba ad orologeria, che è sicuramente la canzone più commerciale, da radio, con un testo semplice e scanzonato. Datti da fare, ragazzo, impara da solo a fare le cose. “Ruby Soho” è un altro brano leggero, questa volta si parla di un amore adolescenziale finito fugacemente, il cuore di Ruby non batte più come prima, è il momento di dirsi addio. La canzone più significativa dell’album è “Journey To The End Of The East Bay”, il viaggio alla fine della East Bay. Il brano parla apertamente delle pressioni e delle bugie che fanno male a tante band di ragazzi senza esperienza e che li conducono a consumarsi precocemente e a dissolversi come neve al sole. Non tutte le persone che ci circondano sono amiche. È complicato e a volte impossibile riuscire a reggere lo stress che ti mettono addosso, le imposizioni del mercato musicale e dei manager sono pericolose, ti dipingono ogni cosa come se fosse La Mecca, ogni luogo in cui sei come se fosse La Mecca, ma in realtà questo posto non è La Mecca, è solo una fottutissima auto a 3000 miglia da casa.

“You don’t care nothing”, non te ne frega nulla, è un brano che serve ad aprirti gli occhi, a farti vedere le cose per come stanno davvero; anche se esse sono brutte, è inutile, stupido e pericoloso convincersi che la realtà sia un’altra, fingere di essere amato o di stare bene e non avere bisogno di nulla. C’è un prezzo per tutti, non dimenticartelo mai, siano essi grandi saggi oppure semplici sprovveduti. “As Wicked”, è un brano sulla strada, sulle storie tristi e balorde, folli ed inutili, che ti capita di vedere quando sei spesso in giro per le strade. Queste storie sono davvero malvagie, parlano di vecchi barboni che rovistano nei cassonetti, di tossici solitari, di rapporti che vanno avanti con difficoltà, ci sono storie di morte, che ti fanno capire tu quanto sei fortunato ad esserne fuori. “The way I feel”, il modo in cui mi sento, è una canzone sull’amore e sul modo diverso di sentirsi quando si può contare sulla presenza della persona amata: ti senti più sicuro, più forte; tutto ciò è una cura, ma non scordare che la falsità può uccidere.

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By | 2017-08-01T21:22:36+00:00 dicembre 22nd, 2015|MUSICA|0 Comments

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