DIE, Iosonouncane

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DIE, Iosonouncane

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die_1Iosonouncane, ovvero Jacopo Incani, ritorna dopo cinque anni dal precedente album, con un lavoro che spazia dall’elettronica, alla sperimentazione psichedelica, non disdegnando passaggi nel cantautorato italiano più eclettico ed imprevedibile. Il primo brano “Tanca” è un brano cupo ed oscuro, aperto da un mix di suoni ancestrali e di voci che sembrano uscire dalla più fitta ed inaccessibile delle giungle. L’elettronica inquietante del brano si mescola con un fondo folk, nel quale Jacopo introduce i concetti che caratterizzeranno l’album. Il sole che brucia, il sale che devasta le gole e provoca sete, la fame e la mancanza di risorse e poi tutti gli elementi tipici di una scena marina riproposti, però, in modo minaccioso, si sente tutto il timore e lo sconforto della fine imminente, la brutalità della natura irrompe in ogni verso, il mare è grande e può uccidere in qualsiasi momento chiunque osi sfidarlo e chi va per mare, il figlio che ora è diventato uomo, sa benissimo di poter trovare la morte e non poter più tornare a casa. Il secondo brano “Stormi” è meno violento e sperimentale e si avvicina ad un brano pop, ci sono i fiati e le voci femminili in sottofondo a riempire e dare calore ad ogni singolo spazio. Ciò da al brano un certo dinamismo, tant’è vero che gli stormi di uccelli, che volano al mattino sotto la luce del sole, sembra quasi di poterli toccare. Questi uccelli sono una sorta di collegamento spirituale tra chi è rimasto sulla terraferma e chi è partito per mare ed in tal senso la consapevolezza di questo legame immateriale, ma pur sempre vivo e presente, contribuisce a dare positività alla canzone, nella quale non c’è né il timore di perire, né quello di esser stato abbandonato, bensì sono più forti la fiducia e la speranza di ritrovarsi prima o poi.

“Buio” è un brano costituito da dieci minuti di pura ricerca progressive, ma non si tratta di un pedante eddie_3 infruttuoso studio musicale fine a sè stesso. Il brano, invece, è concepito come una vera e propria invocazione psichedelica al sole malevolo di “Tanca”, affinché ritorni ad assumere il ruolo più benevolo di portatore di vita sulla terra. Ed in tal senso, mentre i pescatori sono occupati a tirare le reti ed i gabbiani volano alti sul porto, questa canzone è un inno elettronico alla luce che, ogni giorno, ha il compito di spazzare via il buio dal mondo, il buio dalle nostre anime impaurite. Il ciclo di morte e di vita, nascita e rinascita, viene cantato anche nel brano successivo, “Carne”, nel quale sembra ritornare l’ansia: “trema la mano che insegue il sole fino a sparire”. “Paesaggio” è una piccola poesia, una suadente lirica robotica, che lascia negli ascoltatori piccoli quadri, scorci dell’isola di Jacopo, come quello dei campi stesi sotto un sole che nasce, per poi morire o delle vele lontane nel grande mare.

die_2“Mandria” si riallaccia al primo brano, sono le due facce dello stesso viaggio, se “Tanca” era il punto di vista di chi partiva per mare, in “Mandria” sembra ascoltare il punto di vista di chi è restato sulla terraferma, l’elettronica non fa altro che soffiare sulla paura dell’abbandono, chi resta sa benissimo che chi è andato via può non tornare più e, oltre a soffrire per la possibile perdita, si sofferma anche sulle conseguenze per sé stesso e lo fa attraverso uno degli elementi più legati alla vita contadina della terraferma: la mandria. Il ritmo incalzante e quasi ipnotico riesce a creare una mandria di buoi che si muovono, come ogni singolo giorno della propria vita, senza sapere dove sono diretti e cosa nasconde loro il futuro.

Questo è sicuramente uno dei dischi italiani più interessanti degli ultimi anni, è un disco cupo, minaccioso e crudo, la fugacità della vita si avverte ovunque, la paura di perdere i propri cari o di cadere in disgrazia echeggiano in ogni verso. Ma allo stesso tempo c’è la luce, oltre il buio, ovvero la volontà di andare sempre e comunque avanti, di non piegarsi alle avversità, ma di tentare, in ogni modo possibile, di riprendersi dalle perdite, dai dolori, e di riappropriarsi della propria dignità. È anche un disco d’amore tra chi è costretto a lasciare i suoi affetti e chi viene lasciato, quell’uomo e quella donna potrebbero essere chiunque, sono costretti a lasciarsi perché non possono avere a disposizione tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, ma debbono andarselo a cercare altrove.

Discorso che vale, non solo per la Sardegna, terra da cui è stato generato questo lavoro e che ritorna più volte nella bellezza e nella durezza delle parole e della musica, ma che si può estendere a qualsiasi altra realtà, tenuta volutamente in una situazione di eterna crisi e precarietà. Questo, appunto, è un discorso di morte e di vita: “DIE”. In sardo questa parola indica il giorno, la luce, la vita che inizia, ma in un gioco di parole con l’inglese, essa potrebbe indicare anche la fine, la morte, il buio.

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By | 2017-08-01T21:20:57+00:00 dicembre 29th, 2015|MUSICA|0 Comments

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