IL POZZO E IL PENDOLO, Edgar Allan Poe

//IL POZZO E IL PENDOLO, Edgar Allan Poe

IL POZZO E IL PENDOLO, Edgar Allan Poe

pp_1Questo racconto breve rientra nel filone dei racconti del terrore, fu scritto da Poe nel 1842 e rappresenta l’antenato del moderno thriller, sia quello letterario, che quello cinematografico. Infatti, la paura nel lettore non è causata da eventi soprannaturali e inspiegabili, da creature mostruose o demoniache, ma è innescata da eventi spiegabili, dovuti all’uomo, al carnefice di turno. Eventi che mettono a repentaglio la vittima. La morte giunge a poco, a poco, con una certa suspense e, ad ogni suo passo, la vittima tende alla follia; la perdita di lucidità causa spesso errori e nonostante la morte sia ormai inevitabile, è sempre presente quel pizzico di speranza, che evita che la vittima si rassegni completamente, che vuole convincere il povero sventurato che possa esistere una possibilità di salvezza, anche se minima. Ed allora la morte appare, agli occhi del lettore, ancora più cinica, più spietata.
La paura è tutta psicologia in questo racconto, il lettore tende ad identificarsi da subito con la vittima, che è volutamente non identificata. In effetti non sappiamo perché viene sottoposta a queste torture e neppure cosa gli succederà dopo, non sappiamo chi è, né di che colpe si è macchiata.
Il racconto entra immediatamente nel vivo, l’uomo si desta in una prigione completamente oscura epp_3 ricorda immediatamente i giudici dell’Inquisizione Spagnola che l’hanno condannato a morte, con le loro parole dure, “di risoluzione irrevocabile, di severo disprezzo del dolore umano”. Lo sventurato protagonista cerca di appellarsi alla ragione, innanzitutto cerca di capire dove è stato rinchiuso, quanto è grande la cella, ma perde i sensi perché, probabilmente, l’acqua che ha bevuto, era stata drogata. Quando si risveglia è intontito, riprende i suoi controlli della cella, dopo il perimetro, cerca di valutare anche l’area della prigione. Solo grazie ad un mero colpo di fortuna in tanta avversa sorte, solo perché inciampa, non cade in un ignoto pozzo posto proprio al centro della stanza. Quello è il destino che gli ha riservato la terribile Inquisizione, “il pozzo immagine dell’inferno e considerato dall’opinione come l’ultima Thule di tutti i loro castighi”.
pp_6Avendo evitato il salto fatale, la vittima si risolleva, ma solo per un attimo, sa benissimo che i suoi carnefici progetteranno qualcosa di più temibile ancora. Loro lo osservano. Ed infatti è così, dopo l’ennesimo sonno pesante e confuso, a causa dei narcotici, si risveglia completamente bloccato sul suo giaciglio. Non può muovere nulla, se non un braccio, dal gomito alla mano e solo per portare un po’ di cibo alla bocca dal piatto situato sul pavimento. Non c’è più acqua ora e non può essere una semplice dimenticanza. I suoi aguzzini non lasciano nulla al caso, non c’è più bisogno di narcotizzarlo adesso, lo vogliono tenere sveglio. La gola e le labbra bruciano, come vorrebbe un sorso d’acqua. Ed invece gli hanno dato solo carne pepata. La sua cella non è più buia, penetra un po’ di luce, è sulfurea, come quella degli inferi ed illumina tutta una serie di disegni mostruosi; demoni e creature deformi lo fissano con i loro sguardi colmi d’odio e di condanna.
pp_10Sopra di lui il simbolo del tempo inesorabile, che scorre e porta tutto via con sé. Un pendolo oscilla lentamente ed alla sua estremità è presente una falce affilata che si abbassa sempre più. Morirà così. La falce gli squarcerà le carni, proprio all’altezza del cuore. Ma non c’è nessuna fretta, l’agonia deve essere lenta: “passarono dei giorni – può darsi molti giorni – prima che venisse a oscillare tanto vicino al mio viso da farmi vento col suo alito acre”, l’alito del metallo affilato, della morte che arriva.
La sofferenza non fa altro che causare perdita di ragione, non fa altro che rendere stupidi, annullare tutte le ordinarie facoltà della mente. Ma persino quando si perde la facoltà di produrre anche il più banale dei pensieri, c’è sempre lei a farci compagnia: la Speranza, “trionfa sul patibolo”, parla all’orecchio dei condannati a morte. Nel frattempo centinaia, forse migliaia di topi escono dal pozzo, hanno preso coraggio, sono stati attratti dall’odore di quella carne pepata e l’hanno divorata con avidità e  cupidigia. Ed ora si intrattengono là, accanto al suo letto infame, con i loro occhi rossi, voraci ed affamati, evidentemente vogliono godersi lo spettacolo del pendolo e poi sfamarsi con i suoi miseri resti mortali. Sono eccitati e si vede.
A volte anche un morto può avere una buona idea, soprattutto quando tutto è perduto. E così l’uomo decide dipp_13 cospargersi le dita di sugo e di ungere le corde che lo legano al giaciglio. I topi saltano dal pavimento al letto, gli tolgono il respiro, camminano ovunque, sulle labbra, sugli occhi, ma riescono a divorare le corde che lo tenevano immobile. È di nuovo libero. Il pendolo si arresta immediatamente.
La luce della stanza si fa più forte, la temperatura sale, le pareti della cella non sono un tutt’uno col pavimento, sembrano muoversi e venire verso di lui e si fanno sempre più cocenti. La cella si fa più piccola, lo spazio diminuisce ed a lui non resta che dirigersi verso il pozzo. Sarà quella la sua fine. È sicuro che non morirà subito, il pozzo è stato progettato per rompergli le ossa e prolungare a dismisura il suo dolore e la sua agonia. Ormai è prossimo a cadere, le pareti sono infuocate, non si riesce a respirare, è pronto a lasciarsi andare, quando una mano inattesa lo afferra. La salvezza sperata.
Sono i Francesi. Sono giunti a Toledo ed hanno occupato la città. L’Inquisizione è stata resa inoffensiva. Non è un giorno buono per morire.

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By | 2017-08-01T21:19:29+00:00 gennaio 5th, 2016|LIBRI|0 Comments

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