TOOL

Nel gergo dei militari “tool” è colui che, per seguire gli ordini imposti dall’alto dai superiori, è disposto a fare tutto, persino a tradire i suoi migliori amici. Musicalmente “Tool” è uno strumento affilato, una lama to_1che si fa spazio nella mente, una musica claustrofobica che vuole giungere in ogni angolo recondito del cervello umano, quelli dove si nascondono i nostri sentimenti, soprattutto quelli più negativi. In un’epoca storica in cui il mondo iniziava a scoprire il grunge, i Tool iniziarono a mescolare elementi hard-rock degli anni settanta, metal ed una buona dose di sperimentazione progressive. Il risultato, però, non fu quello di ottenere una semplice band progressive metal, bensì la loroto_4 originalità consisteva nell’aver creato un vero e proprio magma sonoro, un fuoco perennemente acceso e che si avvicinava sempre più lentamente, ma inevitabilmente alle proprie vittime, un incedere oscuro, lento e potente, accompagnato da testi il cui unico scopo era quello di indagare i lati oscuri dell’animo umano, quelli da cui nascono l’aggressività e l’angoscia, la rabbia e la paura.

I Tool scoprono continuamente il coperchio del baratro e ci guardano dentro, il pozzo della follia non li spaventa. Ogni nota ha il compito di scavare, bisogna rivoltare la mente, bisogna sezionarla, studiarne ogni singolo neurone, per capire cosa nasconde, dobbiamo alzare il velo dell’ipocrisia.

to_3Musica densa, sulfurea, la colonna sonora più adatta per un viaggio all’inferno, dove l’inferno è tutto racchiuso nella nostra anima, un inferno fatto di abusi e privazioni, spesso perpetrati in base a criptici dogmi religiosi, mettendosi al riparo dietro al nome di Dio. Un’ombra segue passo, passo la loro musica, segue passo, passo ogni parola, pronta a puntare il dito, a distribuire le colpe, non appena ritiene che la singola promessa non sia stata mantenuta. Il figlio di Dio, intanto, è tra noi, ma io sono il solito bugiardo, l’imbecille che vorrebbe bere per sempre, che vorrebbe dormire per sempre, che vorrebbe avere la possibilità di iniziare ogni volta da capo. Confida in me e cadi quanto meglio puoi, scoverò in te il baricentro, lo masticherò e lo sputerò via per sempre.

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La religione è l’oppio dei popoli, una buona distrazione per tutti quelli ingiustamente oppressi, una valvola di sfogo per tutti i criminali. Salta giù, scendi da quella fottuta croce, abbiamo bisogno di spazio per inchiodare il prossimo sciocco martire. Sappiamo benissimo che per salire al cielo, c’è bisogno di crepare, di essere crocifisso a causa dei nostri peccati e delle nostre vili menzogne. Non tutti, però, sono dei veri martiri, non tutti scoprono davvero il divino, alcuni ci provano e basta. Si ergono sulle folle, hanno una bella voce suadente e maestosa, ma hanno solo un bel sacco di nulla da dire.

Questo è il mondo in cui viviamo, il mondo controllato dalle televisioni, le televisioni che ci drogano e ci ammorbidisconoto_9 con le loro quotidiane tragedie. Una donna è stata assassinata dal marito, un’altra è stata freddata dal figlio minorenne con una pistola, non c’è spettacolo se qualcuno non muore, non c’è spettacolo senza sacrificio. È il bello della TV, la guardiamo come dei tossici, siamo dopati e felici di vivere, mentre qualcuno, da lontano, entra nel nostro salotto e muore. Non ci sono altri modi, se non il dolore, per sentirsi vivo e quindi il mondo deve necessariamente appassire a poco, a poco. Siamo dei guardoni carnivori che si nutrono di morte, dei vampiri, la nostra regola è meglio a te, che a me.

La fine, il così detto Armageddon è prossimo e speriamo che accada quanto prima, così da prenderci la nostra bella vacanza. E forse, l’unico modo, per aggiustare finalmente le cose, è tirare lo sciacquone del cesso, che si porti via tutto, la casa, l’auto, gli antidolorifici, ogni singolo frammento di questa vita. Frammenti che un tempo combaciavano, mentre adesso ruzzolano via, ammuffiti, ribollenti, affogati, mentre ogni nostra congettura si sbriciola, mentre scende un gelido silenzio e c’è solo voglia di incolpare il prossimo, di puntare il dito.

Un dito infilato oltre il limite, oltre il confine, solo questi stanchi momenti di libidinoso piacere, ci fanno comprendere che forse siamo vivi.

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By | 2017-08-01T21:10:10+00:00 febbraio 1st, 2016|CENTRIdiGRAVITA'|0 Comments

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