CCCP

cccp_7Punk filo-sovietico a metà strada tra la Berlino divisa in due degli anni ottanta e quell’Emilia paranoica e sognatrice, fatta di notti agitate e di giornate operose, una terra, che più che guardare ai miti Inglesi ed Americani, preferisce riflettersi nello specchio delle sue tradizioni contadine, compiacersi per il suo passato partigiano, ma anche per il liscio, la buona cucina, le sue fabbriche e i suoi prosciutti.

La disperazione che si respira nelle terre di periferia, la voglia di ribellarsi alla società tradizionalista e conformista, il senso di vuoto capace di fagocitare qualsiasi ideale, la disillusione dell’occasione mancata, assieme a giri punk, musica da balera, performance avanguardiste e batteria elettronica, sono questi gli ingredienti delle sonorità della band fondata da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni e cccp_2successivamente completata dagli artisti Danilo Fatur e Annarella Giudici. I CCCP cantano di un’epoca morente, nella quale tutti i riferimenti appaiono deboli, fragili e malati, un’epoca in cui l’imperatore è malato o è semplicemente caduto preda del dubbio e della depressione, un’epoca per la quale sembrano non esistere terapie e l’unica soluzione possibile, se non si vuole impazzire o essere ucciso dalla quotidianità medio-borghese italiana, è quella di restare fedeli a sé stessi, restare fedeli alla linea.

Dal vivo il gruppo, oltre a proporre la sua musica, ricca di contaminazioni punk e techno-pop, e gli spettacoli di Danilo Fatur e della benemerita soubrette Annarella Giudici, accosta continuamente simbologie appartenenti all’Unione Sovietica ed al blocco comunista con svariati accessori kitsch e decadenti. È la decadenza di un modo di vivere, quella attorno alla quale si muovono i CCCP, la decadenza di una società incapace di rispondere alle necessità dell’uomo. Una ocietà basata su tre semplici principi: produrre, consumare ed infine crepare. Principi che non abbiamo scelto noi, ma che abbiamo subito. L’alternativa a questo ciclo mortale è quella di guardare altrove, magari proprio ad Oriente, allacccp_8 sue tradizioni millenarie, alle sue tradizioni immutabili, ai suoi grandi spazi aperti. Se Carpi è l’inizio della strada che porta a Berlino, il mare Adriatico conduce al Mar Giallo, passando per quella Stalingrado che non cadrà mai, procedendo oltre la Pravda, oltre la Kabul, oltre i suoi bazar, oltre i deserti, che un tempo furono del grande Khan. Un viaggio che è soprattutto spirituale, il cui scopo è quello di vincere le paure ataviche che ci portiamo dentro, il nostro pianto caldo antico d’arcana memoria. Un viaggio per riprendersi il controllo della nostra vita, che, in fondo, è tutto quello che abbiamo e soprattutto non è ancora finita.

C’è sempre tempo per svegliarsi, per distaccarsi dalla maggioranza boriosa di quelli che si definiscono pre-qualcosa o post-qualcosa, senza essere mai stati nulla e soprattutto senza esser mai stati sé stessi, nascondendo la loro natura vile e malvagia, in modo cccp_6tale da imbrogliare il prossimo, sfruttarlo per i propri interessi e gettarlo via quando non gli è più utile, ma diventa uno sgradevole peso.

È una questione di qualità. E sta a noi scegliere, se rassegnarsi al grigio squallore del loro ciclo produttivo e consumarsi lentamente, ma inesorabilmente, ogni giorno di più, oppure riprenderci la nostra dignità, reclamare il nostro piano di stabilità, tornare alla nostra bella al casolare, Emilia mia, Emilia in fiore, tu sei la stella, tu sei l’amore.

Ed è proprio così che deve finire, lasciamoci così, senza dire una sola parola, che non sia una parola d’amore: CCCP.

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By | 2017-08-01T21:05:44+00:00 febbraio 29th, 2016|CENTRIdiGRAVITA'|0 Comments

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