YOU AND I, Jeff Buckley

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YOU AND I, Jeff Buckley

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Queste registrazioni sono inalterate e inedite. Chiudete gli occhi, alzate il volume o mettete il vostro auricolare. Siete solo voi, lui e i ragazzi della sala di registrazione. Godetevela”. Sono le parole di Mary Guibert, la madre di Jeff, ma anche la persona che da diciotto anni, da quella maledetta sera del 29 yai_3Maggio 1997, gestisce l’eredità artistica del musicista. Oggi Jeff è un’icona, probabilmente non avrebbe mai voluto esserlo, ma la sua tragica fine, l’eccezionale debutto con l’album “Grace”, la splendida interpretazione del brano “Hallelujah”, gli apprezzamenti ricevuti sia in vita, che postumi, da grandi artisti come Jimmy Page o David Bowie, hanno contribuito a creare un alone mistico e leggendario attorno al personaggio Buckley.

Queste registrazioni, di ottima qualità, risalgono al 1993, Jeff aveva da poco firmato il suo primo contratto discografico e siyai_1 apprestava a lasciare quella dimensione calda, intima, fragile ed umana del piccolo locale in cui egli si esibiva tutti i lunedì sera, il cafè irlandese “Sin-é” di New York. Jeff amava quel posto e la sua atmosfera, amava sperimentare, mettersi alla prova con grandi canzoni del passato rock, blues o folk, con brani della tradizione quasi dimenticati, amava imparare divertendosi, coinvolgere spettatori per i quali lui era un perfetto ed anonimo sconosciuto. Era il suo lavoro, era la sua passione, era tutta la sua vita.

Un’operazione di questo tipo suona sempre come una mera operazione commerciale e ciò non può essere mai completamente negato, anche se dietro al progetto c’è l’amore materno, ma è innegabile che queste canzoni sono suonate e cantate con emozione e trasporto, c’è tutta la fragilità, il timore di chi sa di essersi messo in gioco, ma anche la volontà di migliorarsi e yai_5seguire la propria strada, di un ragazzo e di un artista dotato di grande umanità e sensibilità. C’è l’amore per il rock, “Night Flight” dei Led Zeppelin, estratta da quel “Physical Graffiti”, che si dice fosse stato il primo album acquistato da Jeff. C’è la passione per il blues delle tradizioni, per artisti di fama mondiale come Bob Dylan ed altri meno noti. Canzoni che non sono scelte in modo occasionale, ma che creano un filo nei decenni, dagli anni sessanta, agli anni novanta, passando per due brani originali, “Grace” e “Dream Of You And I”. Tutte ottime e sentite performance, che si chiudono con una emblematica, splendida e quasi premonitoria “I Know It’s Over” degli Smiths.

Non possiamo dire se Jeff Buckley avrebbe gradito un’operazione postuma che lo vedesse come yai_6protagonista, ma ciò che è certo è che questo disco ci restituisce un cantante vivo, un uomo che lotta con tutte le proprie forze per realizzare il suo sogno, che sa benissimo di poter fallire, ma che accetta il rischio e non pensa assolutamente alla resa. È un disco sentito e suona molto più reale di tante operazioni pensate, puramente a tavolino, dalle grandi major discografiche, giusto per sfruttare una moda passeggera del momento. È un disco che suona molto più originale di quelli proposti da tante band che si affannano a rincorrere la giusta formula per il successo, senza preoccuparsi minimamente di ciò che suonano, delle scelte artistiche e stilistiche che compiono, dei compromessi a cui cedono.

In tal caso, ovviamente, ben venga questa raccolta, che, oltre ad essere un buon disco, è anche un documento storico, non solo sull’artista e sull’uomo Jeff Buckley, ma anche sull’atmosfera, sull’empatia che si respirava a quei tempi, all’inizio degli anni novanta, in America.

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By | 2017-08-01T21:02:09+00:00 marzo 17th, 2016|MUSICA|0 Comments

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