KORN

Ai Korn si debbono due album fondamentali di quel genere musicale indicato come nu-metal, che, però, la ko_01band ha sempre dichiarato di ritenere una semplice etichetta troppo limitante e frustrante: l’omonimo “Korn” del 1993 e “Life Is Peachy” del 1996. Heavy-metal con una sezione ritmica tipica del rap e del funk, a cui il gruppo aggiungerà in maniera più o meno invasiva sonorità elettroniche e elementi dark, che lo avvicineranno all’industrial metal. Cronologicamente il gruppo muove i suoi primi passi negli anni immediatamente successivi all’epopea grunge, in un’epoca di forte contaminazione tra i generi musicali, che i critici del tempo non riuscivano a comprendere a pieno, perché troppo impegnati ad inventare definizioni e creare connessioni con il passato.

Ciò che colpisce nei Korn è soprattutto l’atroce disperazione che emerge dai testi, la loro poetica si basa sul concetto che il dolore sia inevitabile, che la natura stessako_03 sia maligna e incurante di quelle che possono essere le necessità e le aspirazioni dell’uomo. Una sorta di negativismo cosmico pervade l’opera della band a tal punto che tutto appare mostruoso, oscuro, torbido, persino delle semplici filastrocche per bambini, se cantate da Jonathan Davis, diventano surreali e maligne. Lo stesso Jonathan sostenne che tutte queste canzoncine innocenti insegnate ai bambini, in realtà sono la memoria storica di eventi catastrofici avvenuti in epoche remote, soprattutto nel Medioevo, come calamità naturali o epidemie di peste nera.

Urla disperate, bisbigli, frasi incomprensibili si intrecciano su riff, allo stesso tempo, ko_06semplici e potenti, in maniera tale da avere facile presa sugli ascoltatori e costruire, assieme al muro del suono prodotto da basso e batteria, quelle melodie oscure e psicotiche, che rappresentano il marchio di fabbrica della band.

C’è un luogo nella mia mente in cui amo nascondermi, c’è un posto dove vado per sfuggire al dolore che ho dentro, vivo una vita che appare come realtà perduta. Ogni singola frase, ogni singola parola scritta da Jonathan vuole esorcizzare il male subito quando era solo un bambino, quella terribile esperienza di violenza ha il suo apice nei quasi dieci minuti del brano “Daddy”. È difficile venirne fuori, probabilmente non sarà mai possibile venirne fuori, non sarà mai possibile trovare qualcosa di cui essere orgogliosi, si rischia diko_05 restare immobili e frustrati, a casa, in preda all’autocommiserazione ed ad un dolore che, col tempo, si rinnova e va ad intaccare tutte le esperienze della vita, anche quelle più dolci. La violenza subita si trasforma in un malessere che impedisce di trovare la pace.

Oltre che mossi dall’esperienza personale di Jonathan, i Korn hanno più volte tentato di rivolgersi ai più deboli, ai più tormentati, agli insicuri, tant’è vero che l’album “Untouchables”, l’album probabilmente più tormentato e potente della band, è dedicato a loro, i cosiddetti “intoccabili”. Il termine si riferisce alla casta indiana degli intoccabili (anche se sarebbe più corretto parlare di oppressi), inteso come il gruppo delle persone più emarginate, coloro a cui è negata la vita sociale del villaggio e persino l’utilizzo di strade e fontane pubbliche.

Le tematiche affrontate dal gruppo sono spesso legate a esperienze personali affrontate da Jonathan nella sua vita: gli effetti dell’abuso di droghe, la malattia, le difficoltà a farsi accettare dagli altri (il cantante, infatti, durante l’adolescenza, fu oggetto di vessazioni e sbeffeggiamenti da parte dei propri coetanei) e le difficoltà a convivere in coppia.

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By | 2017-08-01T20:52:00+00:00 maggio 17th, 2016|CENTRIdiGRAVITA'|0 Comments

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