PAINTING OF A PANIC ATTACK, Frightened Rabbit

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PAINTING OF A PANIC ATTACK, Frightened Rabbit

Questo nuovo album della band scozzese, trasferitasi a Los Angeles, è stato prodotto da Aaron Dessner, “The National”, band che ha avuto, senza alcun dubbio, parecchie influenze sul sound proposto. Il titolo dell’album è ispirato al brano “Death Dream”, in cui compare, appunto, il verso “a painting of a panic attack”, il dipinto di un attacco di panico.

pp_04Un titolo che accosta emozioni positive (il dipinto), con sensazioni negative (l’attacco di panico). A detta dello stesso Scott Hutchinson, infatti, il nuovo progetto ruota proprio attorno a quest’accostamento innaturale e discordante: un bel posto nel quale si provano sentimenti negativi e si fanno brutti pensieri. La copertina del disco esprime tutta l’inquietitudine e la melanconia che rendono viva e ricca di pathos questa band: quel cielo grigio, quel paesaggio desolato e quell’avamposto industriale abbandonato chissà dapp_02 quanto tempo, hanno tutto il sapore della disfatta, della partenza, del declino. Stati d’animo che pervadono le canzoni del disco e che ne contribuiscono a definire le sonorità dark, cupe, romantiche, intime, facendo leva, ovviamente, anche sulla voce melodica di Scott, sui suoi testi, sull’uso di synth, riverberi e loop elettronici. Il tutto costruito sapientemente su una base folk, oscillante tra la tristezza ed il dolore esistenziale.

Le canzoni sono nate in seguito al trasferimento di Scott dalla Scozia alla California, per stare assieme alla sua ragazza, ma l’amore entra immediatamente in contrasto con la nostalgia per la terra natale. La metropoli, che lo ospita, non fa altro che mettere in risalto tutte le contraddizioni e le assurdità di questo mondo moderno: le grandi disparità tra i ricchi e i poveri, la solitudine che si prova quando si vive pp_05circondato da milioni di individui, che si affannano, giorno dopo giorno, a rincorrere inutili chimere e non hanno nemmeno un attimo per scambiare una parola con il proprio vicino.

Questo non è un album rivoluzionario, non passerà certo alla storia per le sue innovazioni e sperimentazioni musicali. È ben suonato, ben mixato, ma non c’è nulla dipp_06 stupefacentemente creativo. È un album facile da ascoltare, nonostante sia un lavoro introverso, ma i testi sono veri, sentiti, onesti, sinceri, apprezzabili nella loro crudezza. Un difetto, invece, è l’eccessiva ripetitività di alcune atmosfere oscure, di alcune tematiche malinconiche, che tendono a far apparire questo lavoro più pesante di quello che è nella realtà ed alla lunga ciò potrebbe anche stancare gli ascoltatori.

“Fanculo a queste case senza volto e a coloro che vivono dentro”, è un giudizio estremamente velenoso, ma spiegabile da parte di chi ha lasciato ciò che aveva, il mondo in cui si sentiva a proprio agio, protetto e compreso, ed ora sta lottando per ritrovare un nuovo posto in una immensa metropoli (“voglio restare qui”), nell’indifferenza e nel cinismo, che sembrano regnare ovunque.

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By | 2017-08-01T20:50:48+00:00 maggio 26th, 2016|MUSICA|0 Comments

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