LO CHIAMAVANO TRINITA’, di E.B. Clucher

//LO CHIAMAVANO TRINITA’, di E.B. Clucher

LO CHIAMAVANO TRINITA’, di E.B. Clucher

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Chissà quante volte vi sarà capitato di ascoltare le celebri note di Franco Micalizzi che introducono le vicende del pistolero vagabondo Trinità (interpretato da Terence Hill) e del di lui fratello, nonché impacciato ladro di bestiame, Bambino (interpretato da Bud Spencer). I due fratelli, la mano destra e quella sinistra del diavolo, si ritrovano ad aiutare e ct_01proteggere una comunità di mormoni, guidati dal mite fratello Tobia, dalle angherie del cattivo di turno, quel maggiore Harriman, che vorrebbe impadronirsi delle loro fertili terre per portarci a pascolare i suoi cavalli.

All’epoca, per descrivere questo genere, si parlò di “fagioli western”, perché si voleva soprattutto evidenziare come si trattasse di storie banali, più delle commedie, che dei veri e propri film western, che nulla avevano a che fare con i più celebrati e famosi “spaghetti western” alla Sergio Leone. Inct_02 queste pellicole, ritenute a torto di trascurabile valore, gli eroi, per lo più, sono degli sfaticati, per nulla inclini all’impegno ed al sacrificio. “Ma non hai uno scopo nella vita?”, chiede Bambino a Trinità, dopo l’ennesima e divertente perdita di pazienza, “fai qualcosa… ruba del bestiame… assalta una diligenza… rimettiti a giocare, magari… una volta eri un ottimo baro!”

Le storie narrate sono piene di sberle e cazzotti, più che di pistole e fucili. Non ci sono quasi mai morti ammazzati, ma ci sono innumerevoli zuffe e scazzottate da bar. Questo film fu accusato d’esser troppo provinciale, rozzo, facilone, maccheronico, ma, già dalla sua prima uscita nelle sale cinematografiche nel lontano 1970, – anno in cui il genere western, quello ritenuto vero, si era già da tempo avviato sulla strada del tramonto – mostrò tutto il suo potenziale con un inatteso successo di pubblico. Un successo che, di generazione in generazione, è arrivato sino ai nostri giorni, grazie anche alla scelta dei due protagonisti, così contrastanti tra loro, da divenire una delle coppie meglio assortite del cinema mondiale.

ct_07Alcune scene ed alcune battute di questo film sono divenute, nel tempo, nonostante la loro banalità, mitiche. Chi non ricorda la scena in cui Trinità divora, avidamente, un’intera padella di fagioli? Chi non ricorda l’arrivo dei banditi messicani guidati dal rozzo e violentoct_05 Mezcal? E soprattutto chi non rammenta la scena in cui il capo dei banditi, fissando Bambino, pronuncia la mitica frase “questo non l’ho mai picchiato”?

“Lo chiamavano Trinità” del regista E.B. Clucher – pseudonimo dell’italiano Enzo Barboni – intrecciando elementi semplici e ricorrenti in centinaia di film western, a cominciare dalla figura del pistolero più veloce del west, sfruttando al massimo l’aria paciona di Bud Spencer e lo sguardo da furbetto di periferia di Terence Hill e condendo il tutto con risse da saloon, riesce a creare un film originale, la miglior parodia possibile del genere western. Tant’è vero che nel 2012 Quentin Tarantino, nel suo “Django Unchained”, decise di omaggiare il famoso commento sonoro di Franco Micalizzi alle scene in cui Trinità viaggia in pieno deserto, disteso su una sorta di slitta, trainata dal suo cavallo.  

Salve, Fratelli! – grida il mormone Tobia, rivolgendosi a Trinità e Bambino, che stanno entrando nel loro accampamento.

Salve! – gli fa eco Bambino.

Glielo hai detto tu che siamo fratelli? – dice, poi, Bambino, rivolgendosi al solo Trinità e non facendosi sentire dal mormone.

Io? E chi lo conosce? – gli risponde immediatamente Trinità.

È il Signore che vi manda da noi! – esclama Tobia.

No, passavamo qui per caso. – gli risponde, senza batter ciglio, Bambino.

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By | 2017-08-01T20:40:47+00:00 luglio 21st, 2016|VIDEO|0 Comments

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