NUOVA GIANTURCO, Francesco Di Bella

//NUOVA GIANTURCO, Francesco Di Bella

NUOVA GIANTURCO, Francesco Di Bella

Francesco Di Bella, dopo aver proposto e riproposto le canzoni più suggestive e significative dei 24 ng_01Grana, girando, assieme ad Alfonso Bruno, in lungo ed in largo tutta la Campania, dai più piccoli locali di provincia alle feste di piazza, decide di riprovarci partendo da Gianturco. Gianturco è un quartiere della periferia orientale di Napoli. Un luogo che oggi è uno dei simboli del grigio e decadente processo di de-industrializzazione, iniziato decenni or sono, ed al quale le classi politiche, di diverso colore, che hanno amministrato il paese, non hanno saputo o non hanno voluto rispondere con piani di sviluppo adeguati, ecocompatibili ed ecosostenibili. Eng_06 pensare che negli anni novanta, anche dal quartiere di Gianturco, grazie all’Officina 99, partì  un interessante movimento musicale, indipendente ed innovativo, capace di rivoluzionare non solo la musica alternativa napoletana, ma che seppe travolgere e coinvolgere tutto il panorama della musica alternativa italiana. Oggi, però, quei tempi appaiono sempre più lontani, non solo da un punto di vista puramente temporale. La musica indipendente napoletana o comunque quella meno commerciale e mainstream, tranne poche eccezioni, è finita in un circolo vizioso, caratterizzato da sonorità sentite e risentite, delle quali proprio i 24 Grana di Francesco Di Bella furono tra i primi e più interessanti ispiratori. Ma stiamo parlando della fine degli anni novanta ed oggi non tutti, all’ombra del Vesuvio, sembra che se ne vogliano accorgere: siamo nel 2016.

Nelle note di accompagnamento di Nuova Gianturco, il disco viene presentato come una serie di vicende umane: storie di sconfitta ed emarginazione, ma anche di speranza, perché quando persone diverse sing_02 incontrano e riescono a parlarsi ed interagire tra loro, oltrepassando il muro iniziale di reciproca diffidenza e di paura ng_04per tutto ciò che percepiamo estraneo al nostro mondo, riescono, in genere, a metter a fattor comune le proprie esperienze di vita, riescono a farsi forza, riescono a dare vita a qualcosa di nuovo, di imprevisto e di inedito. L’idea di base di voler liberarci da tutto questo veleno, che ci intorpidisce, ci de-sensibilizza e ci priva della nostra umanità è, quindi, senza alcun dubbio, positiva, ma non si può affermare la stessa cosa dal punto di vista puramente musicale.

Questo lavoro, nonostante le preziose collaborazioni con l’onnipresente ed energico Zulu dei 99 Posse, con l’impalpabile Neffa, con Dario Sansone dei Foja (la band napoletana che, erroneamente ed in maniera sopravvalutata, nell’immaginario collettivo di tanti fan, dovrebbe rappresentare la continuazione del percorso stilistico, narrativo e musicale dei 24 Grana) con Claudio Domestico degli Gnut (una delle pocheng_03 band campane capace di non riciclare perennemente le stesse idee di base), non riesce ad andare molto lontano. Francesco Di Bella è restato imprigionato di sé stesso e di tempi ormai passati, questo lavoro si colloca tranquillamente nel solco degli ultimi album dei 24 Grana, quelli più mediocri (Ghostwriters e La Stessa Barca). Sono lontani, non solo temporalmente, ma soprattutto musicalmente, i fasti dell’ottimo trittico Loop/Metaversus/K Album.

Nonostante al disco abbiano partecipato diversi e validi musicisti (tra i quali Daniele Sinigallia, che ne è anche il produttore e Joe Lally, il bassista della famosa band americana dei Fugazi) e nonostante esso scorra via con leggerezza, facendo leva su canzoni con una buona melodia, i testi sono abbastanza prevedibili e scontati e, nel complesso, il disco non ha la forza ed il pathos necessari a toccarti l’anima.

ng_07La scelta di riproporre “Brigante Se More”, lo storico brano di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò, è poco fortunata. Questa canzone diventa l’emblema del senso di incompiutezza generale dell’album, ha perso tutta la sua naturale intensità, resta solo una diffusa ed indefinita malinconia, non c’è più nulla del sentimento di rivalsa e della volontà di lottare e non volersi piegare alle avversità, che, invece, contraddistinguono il brano originario e tante più fortunate e meglio riuscite rivisitazioni eseguite in passato. Di questo pezzo se ne poteva fare tranquillamente a meno, pare messo là solo con la finalità di accattivarsi il pubblico.

L’idea di scrivere un album di periferia, nonostante non possa essere certong_08 considerata un’idea innovativa, poteva essere una buona idea, ma avrebbe meritato un maggiore grado di partecipazione emotiva e la volontà di dare più concreti messaggi di speranza. Probabilmente è molto complicato scrivere un album di periferia, quando, in fondo, non si è più un uomo di periferia, il che non è certo una colpa, ma semplicemente la conseguenza della vita e degli eventi. In questo contesto, è normale che non si riesca più ad instaurare la giusta empatia con l’ambiente circostante.

Questo disco, seppur melodico e radiofonico, non alza mai i toni, non cambia mai di ritmo, non esce mai fuori degli schemi precostituiti del cantautorato indie napoletano di questi ultimi anni e ne presenta tutte le debolezze, tutte le mancanze, tutta la prevedibilità. Ascoltarlo è come osservare una vecchia fotografia di vent’anni fa: ci viene da sorridere, ci commuoviamo, ne siamo affascinati, ci chiudiamo per un attimo nei nostri ricordi, ma poi la mettiamo via e non ci pensiamo più, perché la vita è un’altra cosa e non si può restare indefinitivamente sulla stessa barca.

ng_05

By | 2017-08-01T20:32:29+00:00 ottobre 4th, 2016|MUSICA|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment