INDIANA, Dulcamara

//INDIANA, Dulcamara

INDIANA, Dulcamara

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Il sapore dolce-amaro delle ballate di Mattia Zani, Dulcamara, nel nuovo album, sarà strettamente connesso ed intrecciato al tema del viaggio, inteso non solo come uno spostamento materiale, nel tempo o nello spazio, ma anche come il risultato di un processo interiore di formazione. Un processo che può nascere sia da un desiderio personale di ricerca e conoscenza, ma anche, viceversa, dal bisogno diind_05 allontanarsi dalla propria quotidianità e spezzare così tutte le catene che ci impediscono di sentirci i soli padroni ed artefici delle nostre scelte.

La volontà di perdere le tracce di sé, la condizione di perenne straniero, la vita che scorre in un eterno terminal assumono una forza ed un’intensità tali da trasmettere agli ascoltatori, allo stesso tempo, l’inquietudine del navigatore dannato, ma anche la curiosità di ind_01misurarsi con qualcosa che è nascosto, recondito e misterioso. Qualcosa che non è detto sia esterno, ma che potrebbe trovarsi nel nostro stesso inconscio e risvegliarsi all’improvviso alla vista d’un cielo stellato o semplicemente leggendo le pagine d’un libro di Jack London.  

Il viaggio è di per sé ciclico: partenza, percorso ed arrivo. E l’arrivo potrebbe essere semplicemente a qualche isolato oppure ad anni luce di distanza. L’arrivo è ciò che potremmo anche chiamare “casa”, intendendo, però, più che il luogo fisico, le fondamenta di noi stessi. In tal senso le canzoni dell’album, da “Terminal” a “Deserto vivo”, non sono altro che un viaggio di ricerca e conoscenza nelle proprie emozioni e nei propri ricordi, in tutto ciò che contribuisce a formare la personalità di Mattia ed anche la nostra.

Un’esperienza necessaria, ma anche terribilmente amara. Un’amarezza resa accettabile solo dalle sonorità country e folk dell’album, dalle sue armonie vocali e dalle parole in rima, che si susseguono inesorabili e spietate, miscelandosi alla perfezione con la bellezza delle chitarre. Ma il rischio che si corre è quello di restare impantanati nel tempo ind_03passato, in paesaggi mistici che ora non esistono più, così come non esistono più i loro grandi simboli, i riti sciamanici o il grande occhio capace di farci percepire la verità. Il rischio è quello di restare imprigionati in un labirinto immaginario, tra le cime di montagne lontane, oltre la cordigliera delle Ande.

La domanda è: ne è valsa la pena? Sì, se usciremo (e riusciremo) a rivedere le stelle.

“Indiana”, con le sue atmosfere sognanti, con i suoi continui richiami a paesaggi lontani, che stuzzicano la nostra fantasia, con i suoi ricordi sfumati, è un disco che si fa ascoltare più volte ed ogni volta può portare l’ascoltatore ad immaginare cose diverse, perché sono tanti i riferimenti suggeriti dalle canzoni dell’album. Riferimenti che, però, a volte, appaiono ridondanti e quindi rischiano di divenire eccessivamente forzati e scontati. Inoltre, in alcuni passaggi, la necessità di dover chiudere per forza il verso con una rima mette a repentaglio quella che è la naturale linearità di questo disco. Comunque, in generale, le parole scivolano via, con le loro rime, in maniera del tutto originale e disinvolta, sposandosi a pieno con l’intelaiatura melodica folk dell’album ed introducendo in essa una certa vitalità ed imprevedibilità, il che è un fattore positivo visto che il disco è piuttosto povero di cambiamenti repentini di ritmo e perciò, in questo modo, le parole riescono a sopperire, in parte, a questa mancanza, dando vita ad un fluire verso il mare, che, a volte, è lento e sinuoso, mentre altre volte è gonfio, rapido, impetuoso.

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By | 2017-08-01T20:29:09+00:00 ottobre 20th, 2016|MUSICA|0 Comments

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