THE SERENITY OF SUFFERING, Korn

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THE SERENITY OF SUFFERING, Korn

“The Serenity Of Suffering” è un album dai toni oscuri e minacciosi, in classico stile Korn, con un efficace intreccio tra la potenza degli strumenti e le parti vocali di Jonathan Davis. L’inizio è affidato ad “Insane”, ko_04un brano introspettivo, che mette, sin da subito, in chiaro quali siano le intenzioni della band: le due chitarre di James “Munky” e Brian “Head” sono decisamente cattive, il basso di Reginald “Fieldy” e la batteria di Ray Luzier sono solidi e massicci; la musica, quindi, accompagna con sapienza le parole di Jonathan, che cantano di una creatura malata, divorata, nelle profondità stesse della propria anima, da un cancro maligno e spietato, un male profondo capace di trovare ed annientare ogni sentimento, ogni minimo barlume di luce. Il risultato di questo processo di distruzione interiore è un essere insano che vive, giorno dopo giorno, una vita orribile.

ko_07Il secondo brano, “Rotting In Vain”, continua sulle stesse linee sonore, anzi le esaspera ancor di più, il processo distruttivo interiore investe l’esterno, i giorni stessi iniziano a marcire ed ogni tentativo di resistenza appare vano: non posso afferrarlo, non posso fotterlo, non posso fingere. Una sorta di confessione, una sorta di accettazione della propria agonia. La successiva “Black Is The Soul” contribuisce a calmare un po’ le acque, a renderle meno torbide ed agitate, con un approccio piùko_05 melodico e meno arrabbiato. I toni salgono nuovamente con “The Hating”, che ha il compito di aprire ad una delle canzoni più attese dai fan, “A Different World”, canzone in cui compare Corey Taylor degli Slipknot. La canzone è caratterizzata da una parte iniziale con sonorità più leggere ed ko_08una seconda parte più dura, strutturata e decisa. Il brano si pone come il tentativo di diradare un po’ la nebbia della negatività che ha accompagnato, fin dall’inizio, l’album; si presenta come una sorta di rivalsa; canta della volontà di abbattere gli ostacoli ed i limiti che abbiamo costruito dentro di noi, facendo leva, sia su ciò che di buono può esserci nei ricordi passati, sia su una visione diversa del mondo in cui viviamo, più trasparente e meno propensa a nascondere e negare i propri sentimenti.

L’approccio alternato strofa più melodica / ritornello più cattivo (o viceversa) è un marchio di fabbrica ko_01della ditta Korn; la band riesce ad utilizzarlo alla meglio nelle tre canzoni successive: “Take Me”, “Everything Falls Apart” e “Die Yet Another Night”. La malattia e la cura, il bene ed il male, ritornano più volte nei testi; il volersi abbandonare al proprio tragico destino ed il desiderio di fuggire alla inesorabile fine rendono i brani agitati ed amplificano le sonorità più oscure. Leko_06 menzogne fanno continuamente a botte con i propri sogni, sino a giungere al crollo finale: che le bugie vadano a farsi fottere, non resta più nulla, se non una voce nella mia testa.

Tutti coloro, critici ed appassionati di musica, che non amano il genere nu-metal e che soprattutto non amano i Korn, accuseranno questo nuovo lavoro di non apportare alcuna novità di rilievo alla loro ormai lunga discografia, parleranno di un nostalgico omaggio agli anni novanta ed alle sonorità del passato, che li hanno resi celebri in tutto il mondo. La stessa cover dell’album, in effetti, appare come un evidente autocitazione dell’album “Issues” del 1999. Tutto ciò renderà felici i fan della prima ora, ma i più cattiviko_02 sosterranno che, in fondo, i Korn non sono più capaci, da un pezzo, di evolvere il proprio sound e le proprie tematiche, restando in balia degli stessi mostri e di quelle stesse menzogne che criticano e sognano di abbattere per sempre.

È ingiusto, a mio parere, voler trasformare il disco in un semplici e romantico tentativo di riportare in vita i suoni del passato. Bisogna avere la forza di ammettere che questo è un buon album, un mix equilibrato, ben suonato, intenso e corposo di passaggi più melodici e passaggi più violenti, in cui le due chitarre tessono trame sicure, sapienti ed aggressive, il basso e la batteria riescono ad essere sempre carichi e potenti, contribuendo a dare al suono la giusta inquietudine e cattiveria, sulle quali i testi malati e visionari cantati, a volte in modo armonioso, a volte in modo gutturale, da Jonathan si incastrano alla perfezione. Magari non si tratta di un passo in avanti dal punto di vista tecnico, magari è davvero un’autocitazione della propria storia umana e musicale, ma si sente che la band è viva (e si sentirà ancor di più nei prossimi live), desiderosa di mettersi in gioco, di dire ancora la sua e di non preoccuparsi affatto delle eventuali critiche che, nel bene e nel male, gli pioveranno addosso.

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By | 2017-08-01T20:27:51+00:00 ottobre 25th, 2016|MUSICA|0 Comments

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