IL VILE, Marlene Kuntz

//IL VILE, Marlene Kuntz

IL VILE, Marlene Kuntz

 

L’unico fascino del passato è che è passato, sosteneva Oscar Wilde. Ed in effetti, indipendentemente da quanto questa affermazione ci trovi d’accordo o meno, è indubbio che volgere il proprio sguardo sempre e solo ai tempi trascorsi ci impedisce di vivere a pieno il presente e di accorgerci di ciò che avviene attorno a noi e ciò è vero anche dal punto di vista strettamente musicale. D’altro canto il passato custodisce piccoli tesori e se, appunto, volgiamo la nostra attenzione a quel lontano Aprile del 1996, non possiamo non parlare di un album fondamentale per la storia della musica italiana: “Il Vile”. I Marlene Kuntz hanno deciso di onorarne il recente ventennale con un apposito tour. I concerti si terranno in locali di medie dimensioni perché la band è intenzionata a ritrovare e ricreare quelle atmosfere più intime, intense e coinvolgenti che accompagnarono l’uscita dell’album agli inizi della propria carriera.

Noise rock che non aveva assolutamente nulla da invidiare ai gruppi americani o inglesi dell’epoca. Il disco è aperto da un brano pungente, una mischia gaia di vipere, “3 di 3”, nel quale con cruda ironia viene descritto, in un delirio di dissonanze, feedback e distorsioni un rapporto a tre. Un’iniezione di puro veleno, accompagnata da un ritmo quasi ossessivo è la seconda traccia, “Retrattile”, canzone che rappresenta, in un certo senso l’essenza concettuale del disco stesso, grazie, soprattutto, al verso finale: “probabilmente io meritavo di più”. “L’Agguato” narra musicalmente di un incidente automobilistico ed infatti inizia in modo quasi sussurrato, per poi esplodere in tutta la sua violenza. La cupezza si trasforma in qualcosa di tormentato nella delirante “Cenere”, il cui testo sembra voler spingere il dito sempre più a fondo nel nostro assurdo dolore.    

Lo spietato quartetto iniziale è avvolto dalla malinconia di “Come Stavamo Ieri”, un brano più morbido e suadente nel quale la band si interroga sul proprio futuro. È giusto continuare a provarci o sarebbe meglio lasciarsi andare? Non ci sono certezze e soprattutto è impossibile stabilire cosa ci riserverà il domani, se soffriremo ancora. La risposta dei Marlene è tutta nella deflagrazione finale, che apre alla velocità ed alle influenze metal di “Overflash”, altra canzone peccaminosa che oscilla tra morbosi riferimenti sessuali e richiami alla dipendenza da eroina. Vero e proprio manifesto del noise rock è la storica “Ape Regina”, in perenne bilico tra atmosfere oniriche e psichedeliche ed improvvise esternazioni sonore.

La parte conclusiva dell’album è affidata alla più lenta “L’Esangue Deborah”, alla ballata “Ti Giro Intorno” ed alla filastrocca elettrica “E Non Cessa Di Girare La Mia Testa In Mezzo Al Mare”. Il finale vero e proprio è rappresentato dalla title track, “Il Vile” e come all’inizio, in una ipotetica chiusura del cerchio, hanno la meglio feedback, distorsioni e crudo disincanto. Accompagnata da un testo criptico, la figura del vile assume un alone enigmatico e misterioso. Siamo noi stessi, ogni volta che ascoltiamo questa canzone, a dare raffigurazioni diverse alla viltà. Secondo la stessa band, anni fa, quando il disco fu concepito, il concetto alla base del disco era legato ad un processo di disamina interiore delle proprie azioni e dei propri comportamenti, con il quale il narratore tentava di liberarsi, sfogandosi, della propria viltà. Oggi questo processo è del tutto inesistente, assistiamo quotidianamente a comportamenti vili, soprattutto da parte di coloro che hanno responsabilità sociali, economiche e politiche. Quante bugie ascoltiamo? Quanti comportamenti meschini tolleriamo? Quante sono le maschere che ci circondano?  

A questo punto non ci resta che assistere alla riproposizione dal vivo di questo storico disco.

By | 2017-08-01T19:38:47+00:00 gennaio 26th, 2017|MUSICA|0 Comments

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