TERRA, Le Luci Della Centrale Elettrica

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TERRA, Le Luci Della Centrale Elettrica

 

“Terra” ha il sapore amaro dell’abbandono e della partenza, ma anche quello dolce dell’evasione e della scoperta. “A forma di fulmine”, il primo brano, racchiude, nel suo incedere nostalgico, l’essenza stessa del genere umano: gli uomini sono creature eccezionali e pericolose, capaci di compiere opere di straordinaria bellezza ed ingegno, ma anche di trasformarsi in perfidi strumenti di distruzione e di morte. Guarire o ammazzare, credere nel prossimo o farsi esplodere, fare tesoro delle proprie cicatrici o trasformarle in rabbia e veleno da riversare contro coloro che riteniamo essere i nostri nemici, semplicemente perché ci convinciamo che siano diversi da noi. Ci soffermiamo sulle semplici usanze, sui costumi, sul credo religioso, ma non vediamo che in fondo si tratta di uomini e donne, vecchi e bambini, esseri fatti di carne e sangue, esattamente come noi, con gli stessi sogni, le medesime necessità, l’identico bisogno di vivere in serenità e pace accanto ai propri affetti più cari. “Qui” non è il piccolo spazio in cui conduciamo le nostre esistenze, ma è ovunque, non esistono confini e barriere, è inutile tentare di erigere dei muri, la nostra casa non è questo o quel luogo, ma tutti i luoghi. Il mondo intero è, infatti, il palcoscenico sul quale si contrappongono il Bene ed il Male. “Coprifuoco” pone l’accento sulle forze che si agitano nell’animo di ciascuno di noi e che rendendo l’essere umano estremamente fragile nella sua grandezza, perennemente in bilico tra la salvezza e la distruzione.

I tre brani iniziali rivolgono il loro sguardo all’intero genere umano, mentre la canzone successiva, “Nel profondo Veneto”, si focalizza su una storia più intima e personale, perché “Terra” può essere la storia di ciascuno di noi e quindi anche la semplice esperienza d’una ragazza di provincia costretta a tornare sui suoi passi, nei luoghi natii, dopo una difficile e non certo fortunata permanenza in città. Persino in questa semplice vicenda umana ritornano i medesimi luoghi comuni: l’essere additata dalla massa, l’essere giudicata frettolosamente, l’essere ritenuta strana, diversa e di conseguenza potenzialmente pericolosa per la società. In questo senso si comprende come la globalizzazione frettolosa e disordinata, descritta nella canzone seguente, “Waltz degli scafisti”, non sia poi così lontana da questo ritorno a casa che sa di sconfitta e frustrazione. La terra può essere salvezza, ma anche condanna.

Dopo questa parte iniziale, l’atmosfera dell’album diviene più cupa e pesante, quasi a volerci indicare il fatto che qualsiasi sia la meta del nostro viaggio, l’unica certezza saranno le sofferenze e le privazioni a cui siamo destinati. E ad aggravare tutta questa oscurità, c’è la profonda solitudine in cui si ripara e nasconde l’uomo moderno. Il progresso tecnologico ha connesso le persone in un modo inimmaginabile e stupefacente, ha permesso la creazione di una rete globale nella quale, però, noi stiamo affogando le nostre solitudini. Non siamo più una moltitudine, ma siamo tante creature impaurite che navigano a vista in un mare di informazioni più o meno veritiere. In questo folle zapping tra bugie e verità, è sempre più difficile ritrovarsi insieme e capire innanzitutto sé stessi e poi gli altri. Ogni parola si trasforma in una lotta di tutti contro tutti, ma quando, un giorno, i segnali elettromagnetici che danno vita alla rete verranno meno, comprenderemo quanto è profondo il solco che abbiamo scavato tra noi (“Iperconnessi”).

La parte conclusiva dell’album, dopo l’analisi critica e la successiva condanna, tenta, in qualche modo, di essere più positiva e di alimentare la speranza di salvezza. La strada più ovvia è, ovviamente, quella dell’amore: “Chakra” pone, infatti, l’attenzione degli ascoltatori su tutte quelle cose apparentemente piccole ed insignificanti che caratterizzano l’unicità delle nostre esistenze, quelle cose di cui scopriamo l’importanza solo quando vengono improvvisamente a mancare. La natura cerca di preservare sempre e solo la vita, incurante dell’ambiente circostante, delle nostre diavolerie tecnologiche e delle nostre antiche città dal fascino grigio e stanco. La nascita d’una nuova vita sarà sempre un evento suggestivo, potente e misterioso. È sufficiente fermarsi ad osservare quelle piccole e fragili cinque dita che si aprono come una stella marina per ritrovare il sorriso e la fiducia nel domani (“Stelle Marine”). L’uomo non è destinato a vivere nell’emarginazione e nella disperazione, ma tra i suoi simili, è obbligato dalla natura stessa a confrontarsi e mescolarsi. Di conseguenza bisogna avere fede nei suoi “miracoli”, nella capacità di rendere migliore la propria esistenza e quella degli altri (“Moscerini” e “Viaggi disorganizzati”).

La forza di questo disco sta soprattutto nella sua omogeneità, nessuna canzone prevale sulle altre e prese singolarmente queste canzoni non hanno la potenza espressiva, che, invece, esse suscitano quando ascoltiamo “Terra” nella sua interezza. La scrittura stessa risulta essere più lineare e meno criptica, rispetto a quella che caratterizzava gli album precedenti. Probabilmente perché, trovandoci dinanzi alle vicende dell’intero genere umano e non a singole vicende personali, è bene essere il più chiaro, semplice e diretto possibile. Queste canzoni prescindono dal singolo individuo, ma pongono al centro del discorso i rapporti dell’uomo con le forze della natura, il suo ruolo nell’eterna lotta tra il Bene ed il Male, le sue capacità di indagare tanto la sua anima, quanto i misteri dell’Universo. In un contesto così ampio l’uomo appare minuscolo e per quanto possano essere grandiose le sue opere, esse sono destinate a ritornare ad essere solamente polvere. Il nostro viaggio sarà breve, di conseguenza è stupido ed insensato seguire i predicatori d’odio, nonché tutti coloro che ritengono d’essere, erroneamente, portatori dell’unica verità ammissibile. Non ne abbiamo bisogno. La Terra stessa non ne ha bisogno.

 

By | 2017-08-01T19:30:32+00:00 marzo 4th, 2017|MUSICA|0 Comments

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