DYLAN DOG: DOPO UN LUNGO SILENZIO, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano

//DYLAN DOG: DOPO UN LUNGO SILENZIO, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano

DYLAN DOG: DOPO UN LUNGO SILENZIO, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano

Il silenzio, dopo ben nove anni di attesa dalla precedente storia, è stato finalmente interrotto. Tiziano Sclavi ritorna a scrivere un episodio – il 362° – di Dylan Dog. Una vicenda che, sinceramente, non passerà alla storia come una delle più significative e toccanti del celebre ideatore dell’indagatore dell’incubo, ma che, comunque, nel suo complesso, offre un paio di interessanti spunti di riflessione. “Dopo Un Lungo Silenzio” è la storia di Owen Travers, un uomo distrutto dalla perdita della propria moglie ed afflitto da gravi problemi di alcoolismo che lo condurranno verso una fine sempre più rapida, dolorosa ed inesorabile. L’atteggiamento di Sclavi è piuttosto scialbo ed inutilmente predicatorio nell’affrontare il tema dell’abuso d’alcool. Sembra più di aver a che fare con la solita e banale “pubblicità progresso”, piuttosto che con un albo di Dylan Dog. C’è troppo buonismo, troppa superficialità, troppo moralismo da quattro soldi. Tutto è eccessivamente scontato, non c’è pathos, non c’è coinvolgimento emotivo e la stessa ricaduta di Dylan nell’abisso dell’alcool, il vero mostro di questa vicenda, appare troppo debole e poco convincente.

Molto più interessante è il secondo aspetto di questa storia, quello dell’assenza e del silenzio. Owen è convinto dell’esistenza dei fantasmi, egli ritiene che lo spirito della moglie non abbia mai abbandonato la loro dimora e che continui a vivere accanto a lui. Ciò che l’uomo non riesce a spiegarsi e ad accettare è il fatto che questo spirito non voglia mettersi in contatto con lui, non cerchi di comunicargli qualcosa, si mostri sordo al suo dolore, ma preferisca ricambiare le sue accorate invocazioni con un assordante silenzio, un vuoto incolmabile e lancinante che lo sventurato Owen riempie con l’alcool, allontanandosi così, sempre più, dalla realtà.

L’uomo, infatti, perderà il proprio impiego lavorativo, condurrà un’esistenza sempre più trascurata e solitaria, con la bottiglia come sua unica illusoria compagna. Probabilmente non esiste alcun fantasma in quella casa, probabilmente le sue convinzioni e quelle dello stesso Dylan, caduto anch’egli nella stessa spirale distruttiva ed auto-commiserativa, sono semplicemente generate dall’alcool. Sembra quasi che Sclavi voglia ammonirci: non esiste nulla al di là della morte, solo l’assenza ed il silenzio e tutte le nostre convinzioni non sono altro che mere illusioni. Ed anche quando ci troviamo dinanzi a delle apparenti bugie, a dei fatti spiegabili scientificamente, ci ostiniamo a credere nell’esistenza del soprannaturale, di fantasmi o altre creature misteriose, semplicemente perché non vogliamo e non possiamo accettare l’idea della fine irreversibile di noi stessi e di quel sottile e fragile legame con i nostri affetti più cari, il nostro mondo e la nostra piccola quotidianità.

In effetti lo stesso culto degli antenati e dei morti è sempre stato presente, in ogni epoca e nelle diverse culture; basti pensare, ad esempio, agli antichi Egizi, per i quali era di fondamentale importanza assicurarsi la benevolenza e la protezione dei defunti.

Nella storia narrata da Sclavi, invece, vi è solo silenzio. Un silenzio nel quale l’uomo moderno non è in grado di vivere, è impossibilitato ad adattarsi perché troppo abituato ed assuefatto al rumore che caratterizza la nostra epoca globale ed ipertecnologica. I fantasmi che aleggiano nell’oscurità e nella quiete delle nostri notti insonni non sono altro che il frutto delle nostre paure primordiali. L’alcool non farà altro che amplificarle a dismisura dando forma a quelle creature mostruose il cui scopo finale è ridurci all’impotenza, svuotarci delle nostre energie vitali e condurci sempre più velocemente verso la nostra stessa fine. Siamo noi, in definitiva, proprio come accade al signor Travers, i nemici più acerrimi di noi stessi, siamo noi, con le nostre scelte ed i nostri atteggiamenti a decretare la nostra condanna o la nostra salvezza.

By | 2017-08-01T19:29:45+00:00 marzo 15th, 2017|FUMETTI|0 Comments

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