SOUL OF AN OCTOPUS, O.R.k.

//SOUL OF AN OCTOPUS, O.R.k.

SOUL OF AN OCTOPUS, O.R.k.

 

Ciò che emerge dal caotico e burrascoso oceano primordiale è una gigantesca e mostruosa piovra-prog, i cui tentacoli spaziano ora in sonorità metal, ora grunge, ora stoner ed ora psichedeliche, dando vita a delle canzoni molto complesse strutturalmente, ma allo stesso tempo accattivanti e, di conseguenza, di facile presa sull’ascoltatore.

Le sonorità del nuovo album del supergruppo O.R.k, “Soul Of An Octopus”, cambiano in continuazione, proprio come le onde che agitano il loro solitario vascello: possono essere più o meno limpide, più o meno grezze, ma riescono a dare vita a passaggi musicali ora aggressivi ed improvvisi, di chiara matrice heavy metal, ora alle leggere e sognanti sfumature del rock psichedelico.

C’è da precisare, però, che a volte si corre il rischio di tessere una trama così ben studiata ed articolata nella sua realizzazione, da perdere mordente e far apparire il tutto più come un puro e ben riuscito esercizio tecnico-stilistico, che come un impulso violento e passionale da sfogare e liberare.

La band non disdegna neppure l’uso di elementi di chiara natura elettronica per dare sostegno alla ritmica dei suoi brani. L’anima di questo disco è prevalentemente oscura ed inquieta, ha un appeal dark. Si tratta, infatti, del viaggio in un mare tempestoso e brutale, per cui è perennemente presente un senso di pericolo e di fine imminente, che ci esorta a muoverci, a non restare fermi, ma a prenderci i nostri spazi e le nostre responsabilità.

Del resto il fatto di aver lavorato su un concept album e quindi di aver sviscerato i vari aspetti di questo viaggio, ha permesso alla band di essere più coesa, anche da un punto di vista musicale, oltre che concettuale, rispetto al loro primo disco.

Nel 2017 dovrebbe risultare difficile stupirsi ancora dinanzi ad un disco prog, ma grazie alle immense qualità di questi musicisti, grazie al loro desiderio di sperimentare, di attingere dalle più svariate fonti, di aggiungere continuamente nuove sonorità nelle proprie composizioni, possiamo affermare che questo non è solo un disco prog e soprattutto non è assolutamente un lavoro arido e prevedibile.

Eccezionale è anche la resa dal vivo della band, tant’è vero che abbiamo deciso, per la prima volta, di accompagnare un articolo del Parco Paranoico con il racconto dell’esibizione che gli O.R.k. hanno tenuto al Frequency, il 9 Marzo 2017. Le parole che leggerete sono del nostro amico e collaboratore Salvatore Avella, ma voi potete chiamarlo semplicemente “Maki.Net”.

Gli O.r.k. non li conosco, vedo l’evento su Facebook, dò uno sguardo, il Frequency di Pomigliano è un buon club.

Ah, questa è gente interstellare! Lorenzo Esposito Fornasari (Berserk!, Obake),  Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi),  Pat Mastelotto (King Crimson),  Colin Edwin (Porcupine Tree)! Conosco le altre band in cui suonano (intergalattiche!!!).

La mia giornata è stata davvero stenuante, ho solo bisogno di buona musica e di una buona birra, vado!!!

Arrivo: prima birra.

Mi colpisce subito il set di batteria di Mastellotto, ricco e variegato, mi affascina l’idea che un solo musicista possa suonare tutto quello che vedo!!!

Mi faccio qualche ipotesi sul sound della band, immagino tempi dispari(!!!), chitarre celestiali e bassi ipnotici, ma non faccio in tempo a terminare il mio dibattito interiore che si parte.

Si inizia con l’attacco di batteria di “Breakdown”, dal loro primo lavoro, (indovinate che tempo è?), per poi passare a “No Need” sempre dall’album “Inflames Rides”. Incominciano a muoversi le teste e la musica inizia a colpire allo stomaco.

“Funfair”, terzo brano, mi fa capire che sono nel posto giusto al momento giusto, la voce mi angoscia, mi avvolge, il basso mi sostiene e mi accarezza.

Cambio atmosfera: seconda birra.

Arrivano i pezzi del nuovo album, “Soul of an Octopus”: “Searching for a Code” potremmo definirla quasi una ballad-prog, dove la voce è dolce ed i suoni lievi, ma non distraiamoci!!! Gli O.R.k. ritornano nel loro math-psichedelico con “Collapsing Hopes” e qui la mia domanda è: come fa Pipitone a far suonare una chitarra acustica come due chitarre elettriche? Illuminante!!!

Le canzoni scorrono che è un piacere, con alternanze di atmosfere più rarefatte ed oniriche, come in “Till The Sunrise Comes” e “Heaven Proof House”, ed esplorazioni in mari di onde di basso, come in “Scarlet Water” e “Jellyfish”, strizzando in quest’ultimo brano l’occhio al prog-metal. Ma niente di tutto ciò poteva prepararmi all’ipnotica “Too Numb”… giro ancora la testa in senso circolare!!!

“Dirty Rain” è un pugno allo stomaco, una canzone maestosa, potente ed ansiogena. La band è grandiosa nel riportarmi, successivamente, in un mare più calmo con “Pyre” e “Capture Or Reveal”.

Arriva il finale con “Just Another Bad Day”, che spiega da dove nasce l’equilibrio di questo gruppo, il cui sound è già un marchio di fabbrica!!!

È davvero una cosa grandiosa andare ad i concerti al “buio”: non conoscere ti dà la possibilità di esplorare senza pregiudizi.

In fondo io volevo solo buona musica e buona birra!!! (E sono stato accontentato)

Good Vibes

By | 2017-08-01T19:21:12+00:00 aprile 2nd, 2017|MUSICA|0 Comments

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