SMELL THE ROSES, Roger Waters

//SMELL THE ROSES, Roger Waters

SMELL THE ROSES, Roger Waters

  

Le parole scorrono dense e veloci, come già era avvenuto con “Amused To Death”, sono sicure e taglienti e disegnano un’atmosfera inquietante ed oscura nella quale le nostre esistenze appaiono in tutta la loro fragilità e debolezza.

Siamo indifesi dinanzi ai tiranni che aspirano a governare il pianeta. Le loro azioni sono fondamentalmente mosse soltanto da interessi economici e di potere, nascosti a volte dietro proclami religiosi, altre volte dietro ideali democratici. In realtà questi criminali non si curano affatto dei nostri bisogni primari – famiglia, lavoro, casa, pace – e le nostre vite non sono altro che esili fili d’erba nel bel mezzo d’una terribile tempesta.

Roger disegna immediatamente, sin dai primi versi di questo brano, il suo scenario a tinte fosche: quel cane folle che si affanna inutilmente cercando di spezzare la catena che lo tiene imprigionato, il terrore che si può leggere nei suoi occhi, le sirene d’allarme che infestano la sua mente, rappresenta la nostra stessa condizione. Viviamo nella paura e nella consapevolezza che possa succederci qualcosa di brutto, non siamo mai stati davvero liberi e tutto ciò non fa altro che portarci sempre più vicini al baratro della pazzia.

Il brano è scandito da un pessimismo di fondo, abbiamo ben poco in cui poter sperare ed a cui poterci aggrappare perché ogni cosa è rapportata unicamente al guadagno (“vieni, tesoro, son soldi veri”).

La stessa guerra, rappresentata dalle stanze in cui despoti assettati di potere fabbricano le loro bombe o criminali accecati dall’odio etnico o religioso producono i loro esplosivi, seppellendo per sempre i “se” ed i “ma”, si spiega, alla fine, semplicemente con la brama di accumulare sempre più potere e ricchezza. E così, spesso, sono le persone più deboli, ingenue, sprovvedute, giustamente arrabbiate e facilmente condizionabili a perdere la vita. È questo il commercio equo a cui vogliono destinare le future generazioni?

A tutto questo Male, alla pira funebre sulla quale bruciamo le nostre vecchie foto, i nostri stessi ricordi e di conseguenza le nostre esistenze, a questa immensa impotenza, alla costatazione che, probabilmente, sarebbe stato impossibile fare di più, fanno da contraltare dei semplici fiori, le rose, ed il loro profumo. Un’immagine positiva che scardina il pessimismo del brano e che richiama la purezza e la forza della natura. Il mondo non è destinato a divenire un luogo di morte, dolore, distruzione e schiavitù, ma è in grado, se liberato dagli odi di natura etnico-religiosa, dalle lobby delle armi e da tutti coloro che vogliono soltanto accumulare sempre più potere e ricchezza per imporre il loro volere al prossimo, di produrre solo e semplicemente bellezza.

Musicalmente questo brano è stato associato alla celebre “Have A Cigar” contenuta nell’album pinkfloydiano “Wish You Were Here” del 1975, ma da un punto di vista tematico, però, siamo più vicini ai concetti espressi in “The Final Cut” e per certi versi anche in “Amused To Death”, nonché alle atmosfere viscerali, laceranti e dispotiche che caratterizzavano “Animals”.

È evidente del resto anche lo stretto legame che si evince tra questa canzone e le posizioni politiche di Roger Waters, soprattutto nei confronti della questione palestinese e delle guerre che infestano ed hanno infestato il Medio Oriente, nonché, inoltre, sembra di riascoltare le sue parole al vetriolo contro il neo-presidente americano e le sue politiche di intolleranza. Una scelta ben precisa, un’interpretazione di ciò che avviene nel mondo che Roger non ha mai cercato di nascondere. Siamo di fronte, quindi, ad un testo fondamentalmente di natura politica, una sua personale lettura dell’attualità che si lega alla perfezione con lo stile narrativo e musicale dell’album “Animals”.

By | 2017-08-01T19:20:54+00:00 aprile 22nd, 2017|MUSICA|0 Comments

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