HUMANZ, Gorillaz

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HUMANZ, Gorillaz

   

“Humanz” è un lavoro concettuale sulla fine del mondo. Damon Albarn, infatti, aveva previsto con un anno di anticipo l’esito delle elezioni americane e durante la registrazione del disco aveva chiesto ai tanti ospiti intervenuti di immaginare quella che poi è divenuta la nostra situazione reale.

Vengono toccate tematiche attuali e di forte impatto sociale come gli interventi militari dei paesi occidentali in Medio Oriente, l’alterazione delle informazioni e delle notizie eseguita con lo scopo di destabilizzare e pilotare le masse, l’utilizzo di Internet per fini politici, le diseguaglianze sociali che tendono ad acuirsi sempre più a causa della crisi finanziaria, le disastrose condizioni ambientali del pianeta, il ruolo che possono giocare le nuove potenze emergenti come la Cina.

Tutto ciò da all’album una forte coesione dal punto di vista tematico. Ad essa, però, non corrisponde la stessa omogeneità dal punto di vista musicale. Più che un vero e proprio disco, “Humanz” è vicino ad una compilation eterogenea o addirittura ad una playlist nella quale i diversi artisti partecipanti offrono, dietro esplicito invito di Damon Albarn, la loro personale visione del presente apocalittico che stiamo vivendo. Il mondo è sul punto di finire e visto che non possiamo farci nulla, non ci resta che ballare e fare festa.

Stilisticamente il disco è un mescolamento continuo di diversi generi musicali: soprattutto rap ed elettronica, trip-hop e post-rock, dance e reggae; un continuo viaggiare attorno al mondo: dall’Africa alla Giamaica, da Londra al cuore sofferente dell’America.

Damon, prossimo ormai ai cinquant’anni, è un artista maturo, in grado perfettamente di sfruttare a pieno le potenzialità tecnologiche contemporanee per diffondere le sue idee politiche ed i suoi gusti musicali. Non si è mai chiuso, come tanti altri suoi coetanei, sotto una sorta di campana di cristallo dalla quale osservare il mondo. La sua forza è anche nei personaggi immaginari ideati dal fumettista Jamie Hewlett – 2D, Noodle, Murdoc e Russel – i quali non invecchiano mai, né possono bruciarsi o consumarsi. I quattro musicisti virtuali hanno il potere di rinnovarsi continuamente, di restare sempre al passo con i tempi, di sperimentare e meravigliare generazioni e generazioni di musicisti ed appassionati.

Come già accaduto con i passati “Demon Days” e “Plastic Beach”, i Gorillaz cavalcano l’onda della fobia e del malessere: prima i disastri economici e finanziari, poi la condizione ambientale pessima della Terra tra inquinamento e riscaldamento globale ed ora la paura per un mondo governato dalle menzogne, dall’intolleranza e dal fanatismo, ben espressa dal brano “Hallelujah Money” nel quale un predicatore (interpretato dal cantante Benjamin Clementine) arriva alla sconcertante conclusione che il miglior modo per proteggere i nostri alberi è costruirci un bel muro attorno.

Una cosa è essere autonomi e liberi nelle proprie scelte, un’altra è colpire deliberatamente gli interessi della collettività per far emergere solo la propria parte ed avere così momentanei vantaggi di carattere economico o politico. È questo, in definitiva, il messaggio dell’album e la forza dei piccoli e grandi despoti che vogliono condizionare la vita delle persone su questo pianeta, cercando di inasprirle, renderle cattive, metterle in contrapposizione tra loro facendo leva sulla paura, sull’individualismo e sull’egoismo. 

 

By | 2017-08-01T19:18:30+00:00 maggio 11th, 2017|MUSICA|0 Comments

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