IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?, Roger Waters

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IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?, Roger Waters

  

Sin dalle prime note e soprattutto dalle prime parole di Roger (“Deja Vù”) appare evidente la contrapposizione netta e forte tra il Bene ed il Male, con quest’ultimo sempre più efficiente ed efficace nello sfruttare a pieno tutti i frutti della moderna tecnologia, nonché tutte le istituzioni, da quelle politiche fino a quelle economiche, che l’uomo ha ideato per vivere in modo civile.

Da un lato abbiamo un drone, con il compito di pattugliare i cieli d’una nazione straniera, dall’altro una donna ignara che, con difficoltà, porta avanti i suoi soliti e pesanti compiti quotidiani. E più su, nell’alto dei cieli, un Dio silenzioso che sembra disinteressarsi dei frutti della propria creazione.

Come sarà il mondo dopo il prossimo disastro nucleare? Cosa proverà l’ultimo sopravvissuto nell’uscire dal suo rifugio (“The Last Refugee”)? Cosa si troverà dinanzi agli occhi? Intanto ogni cosa scorre, ogni confine appare sempre più sfumato, perché forse stiamo solo sognando: l’ultimo saluto, l’ultimo sguardo verso il mare, erano soltanto le visioni di un uomo impaurito. Immaginate, un attimo, un leader senza cervello (“Picture That”), pensate ancora che sia tutto così irreale? Siamo piccoli, se paragonati all’immensità dell’universo, dovremmo fare squadra tra noi, metter a fattor comune le nostre esperienze, dovremmo imparare da tutti i nostri errori passati. Eppure, una volta terminata la II guerra mondiale, la nostra unica conclusione è stata quella di decidere di ingozzarci a più non posso adottando il così detto “sogno americano”. E poi è arrivato, inesorabilmente, il resto, con il suo carico di guerre e vittime innocenti, ed ora ci troviamo qui e tornare indietro non è più possibile (“Broken Bones”).

È a questo punto che si innestano la CNN e Donald Trump, connubio di ignoranza, arroganza, potere mediatico ed economico; è davvero questa la vita che vogliamo (“Is This The Life We Really Want?”) per noi stessi e soprattutto per i nostri figli e gli altri bambini? Roger sputa veleno contro una società costruita essenzialmente sulla paura: è la paura che spinge i mulini dell’uomo moderno, la paura che ci tieni allineati ed ubbidienti, la paura che ci impedisce di vedere gli stranieri per quel che sono: uomini come noi. Pensiamo che tutto questo sia giusto e buono, semplicemente perché lo chiamiamo “democrazia”, ma non può essere democrazia finché qualcuno muore perché qualcun altro, a migliaia di chilometri di distanza, ha semplicemente deciso di spingere un bottone.

Roger è sempre lucidissimo nell’alternare la sua indagine sociale ad ampio raggio con elementi intimi, dolorosi e fragili della sua umanità. “Is there room in the story for me?” (“Bird In A Gale”), c’è una stanza, un luogo, in cui posso raccontare la mia storia?

Dopo l’inizio, piuttosto cupo, con innumerevoli reminiscenze delle atmosfere più ossessive e graffianti di “The Final Cut” ed “Amused To Death”, fa il suo ingresso in campo la speranza, quella del ricongiungimento ai propri affetti, quella del ritorno a casa. La speranza è diretta conseguenza dell’amore, è questa la strada che ci indica Roger e che mostra anche il suo cambiamento verso una visione più positiva del futuro che non esisteva in nessuno dei suoi album solisti e neppure nei due capolavori pinkfloydiani “Animals” e “Wish You Were Here” ai quali le sonorità di questo album fanno riferimento. E quando il suo passato artistico ritorna (“Smell The Roses”), lo fa in modo stupendo, evocando immagini di sofferenza ai limiti della follia: il cane che tira inutilmente la catena che gli impedisce di muoversi, i suoni allarmanti che offuscano la mente, la crudeltà d’un mondo basato solo sul denaro, l’inutilità di perdersi dietro a tutti i “se” ed i “ma” del caso, la rabbia che si trasforma in bombe ed esplosivi, attentati e morte. A questo male è possibile rispondere solo con la dolcezza dell’amore, mantenendo fede ai propri progetti senza dimenticare mai di perseguire i propri sogni (“Wait For Her”): è l’unico possibilità che abbiamo per sentirci liberi e donare noi stessi alla persona amata, quella che, pur non ancora conoscendola a fondo, oceano disgiunto, è sempre stata parte del nostro cuore (“Oceans Apart”).

Il disco è, quindi, concluso da un brano trasversale, si parte da lontano, dalle forze devianti che basano la loro forza sul potere economico e di condizionamento mentale, i Maiali, che con l’aiuto servile dei Cani, manipolano e controllano la vita delle sventurate Pecore, per poi terminare con un’immagine intima e casalinga, con l’ultima sigaretta che illumina debolmente il buio che ci circonda, emblema dell’amore che nasce dai gesti più semplici ed insignificanti. Sarebbe meglio morire tra le sue braccia, piuttosto che essere dimenticato vivendo una vita fatta solo di rammarico (“Part Of Me Died”).

By | 2017-08-01T19:17:30+00:00 giugno 2nd, 2017|MUSICA|0 Comments

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