THE JOSHUA TREE (30th anniversary edition), U2

//THE JOSHUA TREE (30th anniversary edition), U2

THE JOSHUA TREE (30th anniversary edition), U2

Nell’87 gli U2 portarono a compimento quella che è la loro impresa più memorabile, quella che li lanciò definitivamente tra i grandi del rock. L’albero di Joshua cattura la band irlandese nel suo momento migliore. Reduce dai fasti del Live Aid di soli due anni prima, il quartetto, grazie anche alla collaborazione di Brian Eno e Daniel Lanois, riesce a creare un album musicalmente suggestivo e compatto, carico di tensione e contenuti, capace di suscitare l’emotività degli ascoltatori e caratterizzato, inoltre, anche da un certo appeal commerciale e radiofonico. Crudo, politico e viscerale come “War”, ma allo stesso tempo pieno di spiritualità, passaggi malinconici e dolorosi, come lo era stato già il precedente “The Unforgettable Fire”, “The Joshua Tree” rappresenta il raggiungimento della maturità da parte degli U2. C’è dentro tutto il loro mondo, comprese anche la freschezza elettrica e giovanile di “Boy” e la religiosità di “October”.

Questo disco, inoltre, rappresenta l’odissea della band irlandese in America, sia come esperienza umana, che come esperienza musicale.  Probabilmente solo degli stranieri avrebbero potuto descrivere così bene l’anima inquieta e selvaggia di questo immenso paese, che, in questo album, non è semplicemente il paese di Manhattan o Hollywood, bensì quello che i quattro ragazzi avevano scolpito nei propri cuori e nella loro mente, osservandolo dai finestrini degli autobus che li stavano trasportando, in lungo ed in largo, attraverso quella nazione e le sue toccanti bellezze naturali, le sue terribili contraddizioni, i suoi grandi ideali ed i suoi imbarazzanti scheletri nell’armadio. Basta chiudere gli occhi per essere proiettato attraverso valli silenziose e deserti sconfinati, fiumi incontaminati e montagne che si scagliano imponenti verso il cielo.

“I want to run / I want to hide”, sono le parole iniziali del disco ed esprimono, sinteticamente, il desiderio viscerale di non porsi alcun limite nel proprio viaggio esistenziale, ma di cercare, a tutti i costi, di raggiungere la propria meta, lasciando che il fuoco possa ardere con tutta la sua forza dirompente. Gli uomini debbono poter vivere liberamente, senza dover subire il peso delle strade che percorrono. Vi sono strade, nel mondo, che caratterizzano chi le percorre, strade basate sulla ricchezza, sul possesso e sull’apparenza. È il momento di dire basta, è il momento di vivere senza condizionamenti esterni, di coltivare ciò in cui si crede, aprendosi al prossimo ed alle diverse culture da cui egli può provenire. Sono queste le tematiche che muovono i primi due brani, “Where The Streets Have No Name” e “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”, a cui segue una delle canzoni più famose incise dagli U2: “With Or Without You”, una splendida e struggente ballata d’amore caratterizzata da uno degli intro basso/batteria più celebri di sempre.

Il trittico di canzoni iniziali è caratterizzato da perfetta armonia, mentre la successiva “Bullet The Blue Sky” è una canzone politica che critica apertamente l’ingerenza del governo degli Stati Uniti, presieduto da Reagan, in America Centrale. Questo brano guarda al cuore più insofferente e debole della nazione, evocando le sonorità grezze e spigolose care ad Hendrix, ma, allo stesso tempo, è anche il ponte e lo sguardo verso il futuro musicale della band, verso i successivi “Rattle And Hum”  ed “Achtung Baby!”.

“Running To Stand Still” è un blues amaro e maledetto, una triste storia d’eroina e dipendenza che non può che portare all’autodistruzione. Ma l’odissea della band non è unicamente a stelle e strisce, è globale. Ma è proprio in quest’epoca, un’epoca nella quale il termine “globalizzazione” non ha ancora assunto il significato che siamo abituati ad attribuirgli oggi, che viene gettato il seme di questa aberrante follia economica e finanziaria; per convincersene basta ascoltare le parole di “Red Hill Mining Town”, canto doloroso e perdente della classe operaia ed in particolar modo dei minatori inglesi, letteralmente annientati dalla crisi del proprio settore, avvenuta nel 1985, e dalle scellerate politiche del governo britannico.

Con “In God’s Country” ritorna l’anima più religiosa e spirituale dell’America, a cui si contrappone la perdita della fede che spinge il protagonista di “Exit” a trasformarsi in un assassino. Alla morte ed al desiderio che essa arrivi quanto prima, fa scudo l’amore descritto in “Trip Through Your Wires”, un amore così forte da divenire ingombrante, ma è proprio questa la sua magia e la sua bellezza. Il tocco finale è ancora una volta sia politico, che personale; da un lato, infatti, vi è il rimpianto per un amico, scomparso tragicamente (“One Tree Hill”) e dall’altro l’omaggio alle donne ed alle madri di Plaza de Mayo (“Mothers of Disappeared”). Oggi, dopo trent’anni, il suono e le atmosfere di questo album sono ancora vive e capaci di emozionare, di conseguenza è giusto e doveroso parlarne; al di là di qualsiasi discorso prettamente economico e commerciale, ci troviamo dinanzi ad un disco unico, frutto di una band che, ancora oggi, riesce a toccare l’anima dei propri fan.

By | 2017-08-01T18:57:17+00:00 luglio 18th, 2017|MUSICA|0 Comments

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