HYDROGRAD, Stone Sour

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HYDROGRAD, Stone Sour

Il nuovo album degli Stone Sour, “Hydrograd”, a ben quattro anni dall’ultimo lavoro in studio, è aperto da un’intro epica e di grande impatto, “YSIF”, per poi continuare con la veloce, pulita e ritmata “Taipei Person / Allah Tea”. L’alternarsi di ombra e luce, strofe e ritornelli, parti dove prevalgono le  sfuriate della chitarra e parti dove prevale la batteria, continua anche nella canzone successiva, “Knievel Has Landed” ed in misura leggermente minore nella title track, “Hydrograd”, che, comunque, restano tutte canzoni molto in linea con la visione musicale della band.

Fin qui, infatti, gli Stone Sour restano piacevolmente prevedibili, con il loro solito sound pieno e coinvolgente, senza innovazioni particolari, ma con la voce di Corey Taylor sempre molto ispirata ed un sound a cavallo tra metal ed hard-rock.

Ma il primo singolo estratto dal disco, “Song#3”, mescola le carte in tavola, andando a modificare completamente atmosfera ed approccio musicale; è una canzone lenta e molto melodica, nella quale l’aggressività della band americana lascia il posto ad una certa delicatezza di fondo.

La parte centrale dell’album, fatta eccezione per “Fabuless”, altro brano tipico degli Stone Sour, duro ed abrasivo, sviluppa sonorità completamente estranee a quella che è stata finora la storia musicale della gruppo. Il metallo si mescola ad elementi appartenenti a mondi lontani; in “Rose Red Violent Blue” emergono ritmi reggae; nella ballad “St. Marie”, invece, hanno la meglio le tonalità country; nei brani finali dell’album, infine si fanno avanti, in maniera decisa, i synth.

Tutto ciò dona al nuovo lavoro grande eterogeneità; è un disco molto vario, sicuramente il meno prevedibile di quelli finora realizzati, ma nonostante tutto la voce di Corey riesce a creare il filo che tiene uniti i vari brani. L’ascolto dell’album, tutto sommato, è piacevole, grazie anche ai continui cambi di tono e di ritmo; alle parti violente e cattive tipiche del passato vengono affiancate sonorità diverse, cercando di non farle restare dei corpi estranei, ma provando a dare vita a un suono nuovo ed interessante.

Il disco termina, infine, nei toni cupi e malinconici della  cruda ed oscura “When The Fever Broke”. In questo progetto coesistono diverse anime rock, che sembrano quasi giocare a rincorrersi tra loro, alternando parti più melodiche a parti più grezze, atmosfere più delicate ad atmosfere molto più tese e brutali, sentimenti positivi ad una visione del mondo più negativa e sfiduciata.

“Hydrograd” non è il disco migliore degli Stone Sour;  siamo distanti anni luce dalle tensioni concentrate nella casa dell’oro e delle ossa (“The House Of Gold & Bones”). Questo è il primo disco nel quale Corey Taylor, dopo l’abbandono polemico di Jim Root, ha assunto il totale e completo controllo della direzione artistica della band, ha piena libertà di sperimentare e provare voci e suoni che negli Slipknot sarebbe, in pratica, impossibile proporre.

È questo, in definitiva, il vero limite dell’album e per il futuro della stessa band; quanto saranno indipendenti nelle proprie scelte? La loro musica riuscirà a svilupparsi in maniera libera o sarà sempre figlia di un dio minore? Corey, oggi, ha deciso di svincolare gli Stone Sour dal metal per virare sulle atmosfere più calde e rassicuranti del rock post grunge degli anni novanta; ha registrato il nuovo album in presa diretta, ha dato vita a parecchi brani radiofonici, intervallandoli ai classici brani più tirati ed aggressivi, cari ai propri fan. È stata la scelta migliore? Dove sono andate a finire la rabbia, la difficoltà di scegliere, le tensioni emotive del ragazzo che deve diventare un uomo che avevano soffiato in “The House Of Gold & Bones”?

E pensare che le parole iniziali del disco, “Hello, you bastards”, ci avevano fatto pensare a qualcosa di completamente diverso.   

By | 2017-08-05T10:09:14+00:00 agosto 5th, 2017|MUSICA|0 Comments

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