EVERY COUNTRY’S SUN, Mogwai

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EVERY COUNTRY’S SUN, Mogwai


Le atmosfere sintetiche e seducenti, psichedeliche e volutamente sfuggenti dei Mogwai ritornano con questo loro nuovo e nono album, “Every Country’s Sun”, album che scorre via piacevolmente, passando da una canzone all’altra, con la parte sonica e strumentale che ha decisamente la meglio, come è spesso già accaduto in passato, su quella verbale.

Fa eccezione la sola “Party In The Dark”, il secondo brano del disco, nella quale anche la parte vocale ha la sua consistenza e che sembra richiamare per alcuni aspetti i New Order.

I Mogwai stessi hanno posto l’accento sul fatto che questo lavoro, concepito e prodotto in questi due ultimi anni, essendo stato sviluppato in un contesto politico e sociale, nonché personale, particolarmente vorticoso e problematico e venuto di per sé, in maniera del tutto naturale, come un album contro tutte le turbolenze e le paranoie.

Non ci sono la ricerca filosofica e l’indagine conoscitiva sulle quali era basato “Atomic”, né il timore di non farcela ed autodistruggersi, ma c’è qualcosa di più reale e concreto, di vissuto e di quotidiano. Vi sono alcuni brani più pensierosi e fumosi, come “Coolverine”, dotati di profonda delicatezza e speranza, ed altri che, invece, sono più diretti, più frontali ed incisivi, come “1,000 Foot Face”.

I Mogwai continuano a produrre musica di qualità, ad armonizzare i suoi di chitarre e sintetizzatori, a mescolare l’elemento umano e quello artificiale, ad esplorare le tante sfaccettature di questo caos che, nel piccolo e nel grande, su scala individuale o planetaria, qualsiasi sia il paese o la dimensione a cui facciamo riferimento, è la nostra esistenza. Il post-rock di “Crossing The Road Material” è un esempio del loro intento e della loro passione, una strada luminosa nelle tenebre. I Mogwai, in realtà, non stanno facendo altro che affidarsi ad una formula affidabile e ben collaudata, ma sono o non sono i pionieri del post-rock?

Comunque sia ogni loro album riesce nell’intento di raccontare una storia diversa e sceglie per farlo una prospettiva del tutto nuova e differente; apparentemente può sembrare di rivivere atmosfere conosciute, sembra di respirare qualche nota della colonna sonora di “Les Revenants”, ma stiamo attraversando e scoprendo, comunque, un lavoro nuovo, caratterizzato dal proprio dinamismo e dalla propria emotività.

I Mogwai hanno sapientemente mescolato al loro sound, influssi new wave anni ottanta (soprattutto nella già citata “Party In The Dark”), ma allo stesso tempo non hanno rinunciato al loro tocco cosmico, noise  e psichedelico. È un disco che scruta con occhi dilatati il presente, che cerca di ancorarsi a ciò che gli è più caro e familiare nel passato, ma ciò nonostante non rinunzia ad espandersi, strumentalmente, verso i nuovi agitati ed inconsapevoli orizzonti che ci vengono proposti. Si passa, infatti, dai ritmi onirici e dalle atmosfere eteree dei brani più cinematografici come “AK47” o “Don’t Believe The Fife”, ai passaggi musicalmente più robusti e distorti di “Battered A Scramble” o “Old Poisons”, per terminare il viaggio con la title-track finale, un brano emozionante che suona come l’invito a non lasciarsi intimorire dalla tempesta in corso, ma a restare ben saldi alla realtà.

Dal vivo, il nuovo lavoro, come già dimostrato dall’anteprima avuta al Primavera Sound, riesce ad appassionare gli ascoltatori, sia con i pezzi più d’atmosfera, che con quelli più rumorosi e d’impatto.

 

By | 2017-09-01T11:20:03+00:00 settembre 1st, 2017|MUSICA|0 Comments

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