LIVE AT POMPEII, David Gilmour

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LIVE AT POMPEII, David Gilmour

Non c’è più alcun viaggio verso l’ignoto.

Se qualcuno era davvero partito, ormai avrà trovato un luogo comodo e tranquillo dove godersi la vecchiaia; oppure sarà rimasto prigioniero delle sue ossessioni; magari sarà diventato una leggenda splendente o sarà semplicemente morto.

Qualsiasi confronto tra le due Pompei, quella del 1971 e quella del 2016, è improponibile perché si tratta di due progetti totalmente diversi ed un paragone rischierebbe solo di gettare ombra sul live di David Gilmour. Nel 1971 l’anfiteatro campano era completamente vuoto, fatta eccezione, ovviamente, per la band inglese e per gli addetti ai lavori. La musica proposta era pura sperimentazione, guardava al mistero dell’universo, alle origini della vita e lo faceva in maniera ottimistica e propositiva. Ogni singola nota prodotta dai Pink Floyd era proiettata verso il futuro, con grande fiducia nelle possibilità dell’essere umano. La musica stessa, quindi, andava a riempire i vuoti e gli spazi dovuti all’assenza di pubblico. Le immagini proposte erano contraddistinte da intensità e passione, trasmettevano lo sforzo straordinario a cui si stavano sottoponendo i quattro musicisti per dare vita ad un live che guardasse, allo stesso tempo, sia all’immensità del cosmo, che all’immensità dell’animo umano.

Quello del 2016 è uno splendido, ma normale concerto, un’esibizione live ordinaria. L’anfiteatro pompeiano, infatti, è riempito da migliaia di spettatori, desiderosi soprattutto di ascoltare i brani storici dei Pink Floyd, più che le recenti canzoni di David Gilmour, il quale resta sempre un buon chitarrista, la sua voce è sempre unica, ma a livello di profondità dei testi proposti mostra sempre i soliti limiti e la stessa prevedibilità. La musica, questa volta, guarda soprattutto al passato. Il passato appare migliore, il mondo moderno è sconvolto dall’odio e dalla morte, non è diventato il luogo migliore che ci auspicavamo un tempo, quando eravamo giovani, anzi è peggiorato. Alla paura David risponde con la musica, che qui non è indagine e ricerca, ma ha un aspetto puramente terapeutico; la bellezza della serata, lo scenario straordinario di Pompei, lo sfondo suggestivo del Vesuvio, canzoni come “Comfortably Numb”, “Wish You Were Here”, “Shine On You Crazy Diamond”, il calore del pubblico, tutto ciò ha l’effetto di creare un’atmosfera pacifica e serena, in un mondo che non è certo tale.

Si tratta, quindi, di due progetti con motivazioni estremamente diverse, addirittura divergenti: il futuro ed il passato; la fiducia e lo sconforto; il viaggio ed il ritorno alle origini. Come ponte tra questi due lavori, tra queste due diverse visioni della vita resta una sempre splendida, anche nella versione proposta da Gilmour nel 2016, “One Of These Days”.

Nell’intervista introduttiva David dichiara espressamente che la sua intenzione è quella di lasciar liberi i propri musicisti perché per lui le canzoni dal vivo non debbono necessariamente suonare come suonano nei rispettivi album. Ma questa resta solo una dichiarazione, perché poi le canzoni verranno proposte proprio come erano state concepite, lasciando uno spazio quasi nullo all’improvvisazione ed alla sperimentazione. In effetti ciò è del tutto concorde con lo spirito del progetto: uno sguardo rivolto al passato perché il presente è troppo doloroso, una fuga momentanea dalle brutture e dagli scempi del nostro tempo.

Resta, comunque, la testimonianza audio e video di un’ottima performance musicale, di canzoni intramontabili, un buon disco per qualità e contenuti, ma che ovviamente non ha assolutamente nulla da dire per quanto riguarda l’innovazione o la proposta di nuove sonorità.

È un classico e va ascoltato come tale.

By | 2017-09-16T13:44:04+00:00 settembre 16th, 2017|MUSICA, VIDEO|0 Comments

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