MEDUSA, Paradise Lost

//MEDUSA, Paradise Lost

MEDUSA, Paradise Lost

I Paradise Lost utilizzano il personaggio mitologico di Medusa, celebre per il suo potere di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo, per indagare nei meandri dell’animo umano, laddove i sogni e le speranze si trasformano in delusioni cocenti, favorendo così un atteggiamento, nei confronti della vita, sempre più rassegnato, distruttivo e nichilista.

Viste le tematiche oscure al centro di questo nuovo lavoro, è venuto naturale sviluppare delle sonorità più pesanti, ricche di distorsioni, sia sul basso che sulla chitarra, e con un cantato prevalentemente growl. Le parti sporche hanno sicuramente la meglio su quelle pulite, fatta eccezione per la title-track “Medusa”, contribuendo a creare un’atmosfera profondamente cupa e dolorosa.

Il primo brano del disco, con i suoi otto minuti, “Fearless Sky”, mostra immediatamente quali siano le scelte fatte dalla band: energia oscura, riff muscolosi, basse frequenze, distorsioni continue, una spina dorsale doom metal sulla quale innestare continuamente passaggi gothic metal. Poesia e violenza.

Lo stesso Nick Holmes, nel parlare del disco, ha affermato che è stato sempre attratto dalla frase “the richest man in the graveyard”, ovvero “l’uomo più ricco nel cimitero”. Frequentemente, infatti, riduciamo le nostre esistenze ad una folle corsa per accaparrarsi quanti più oggetti materiali e nel più breve tempo possibile. Abbiamo costruito una società nella quale elementi superflui appaiono come assolutamente necessari per sentirsi realizzati ed appagati. Allo stesso tempo, invidiamo chi ha di più e disprezziamo coloro che non riescono ad accumulare altrettanto, ci sentiamo migliori di loro e li deridiamo.

L’errore alla base delle nostre vite è che l’appagamento non è legato alla materia, ma è soprattutto uno stato spirituale, una dimensione che era ben nota nei tempi antichi, quando l’uomo viveva in armonia con gli elementi naturali, ma che ora ha completamente dimenticato. Inoltre, poiché ciò che lui stesso ha creato, è fonte di orrore e di paura, la sua unica risposta è quella di ignorare il problema, occuparsi della nuova auto o del nuovo televisore, abbassare gli occhi, distorcere lo sguardo altrove e non fissare questo mostro che ha generato. La Medusa, infatti, è il frutto della nostra fallacità, del nostro orgoglio, della nostra stupidità. Non ci resta che affidarci alla natura che saprà riprendersi ciò che l’uomo ha perduto, saprà ricostruire ciò che l’uomo ha distrutto (“The Longest Winter”).

Musicalmente questo nuovo disco, prodotto dalla major Nuclear Blast, continua il discorso di riscoperta di vecchie e più pesanti sonorità doom metal iniziato con il precedente “The Plague Within”, mentre dal punto di vista lirico le otto canzoni di “Medusa” sono molto vicine alla poesia cimiteriale con le loro atmosfere notturne, le loro luci appena accennate ed i sogni che si trasformano, inevitabilmente, in spettri e ci ricordano quanto sia fugace questa nostra esistenza. Le opere dell’uomo appaiono perciò vane e destinate, prima o poi, alla rovina. Quello dei Paradise Lost è un lavoro dominato dalla malinconia e dalla sfiducia nei confronti dell’uomo moderno; finché la sua strada sarà quella della brama di possesso, della fallace idea di superiorità nei confronti delle altre creature dell’universo, dell’arroganza e dell’ostentazione, non potrà esserci né salvezza, né equilibrio, né soddisfazione.     

 

By | 2017-09-18T11:02:29+00:00 settembre 18th, 2017|MUSICA|0 Comments

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