WIZARD BLOODY WIZARD, Electric Wizard

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WIZARD BLOODY WIZARD, Electric Wizard

Gli Electric Wizard sono noti soprattutto per quello che è ritenuto il loro apice artistico, ovvero l’album “Dopethrone” del 2000, caratterizzato da un doom metal lento, maligno, magico viscerale e potente, ispirato alle opere orrorifiche di H.P. Lovecraft.

In attesa che le stelle tornino al loro posto e che i sacerdoti di questo antico culto riportino il grande Cthulhu a governare sulla Terra, questo nuovo lavoro della band inglese, “Wizard Bloody Wizard”, si apre a suoni hard-rock ed heavy-metal più classici, tipici degli anni settanta; è più un disco stoner, che un disco doom metal. L’album, inoltre, è arricchito da parecchi passaggi  blues e psichedelici. Il problema, però, è che essi, spesso, non riescono a creare un corpo omogeneo, ma risultano essere slegati e separati l’uno dall’altro e ciò conferisce, talvolta, poca brillantezza e una eccessiva pesantezza alla musica proposta. Resta, comunque, apprezzabile l’idea di muoversi su un territorio diverso. Lo “stregone elettrico” non ha dimenticato le proprie origine tossiche e cattive, ma ha deciso di mettersi in discussione, interagendo, soprattutto, con le sonorità heavy degli anni settanta. Il titolo stesso di questo album, ad esempio, è un evidente omaggio, l’ennesimo, ai Black Sabbath ed al loro celebre brano “Sabbath Bloody Sabbath”. Gli stessi Electric Wizard, in fondo, avevano dichiarato di voler proporre qualcosa che suonasse come un vero e proprio “back to the roots”, cioè un ritorno alle origini.

Il compito del culto, in fondo, non è quello di mantenere vivo il ricordo delle antiche strade in attesa che si realizzi l’oscura profezia del loro ritorno?

Gli Electric Wizard sono sempre stati un gruppo abbastanza ritroso al cambiamento, ma era ormai evidente che, per tirarsi fuori dalla palude del tempo che scorre e tentare di rivoluzionare quelle sonorità doom che loro stessi avevano contribuito a rendere celebri, l’unica possibilità di salvezza era trovare un approccio diverso. Ciò non significa rinnegare completamente tutto ciò che è stato creato in passato. Chiudersi, infatti, nella propria torre, per quanto alta e maestosa, ignorando ciò che  avviene nel mondo, non avrebbe fatto altro che condurre la band verso la disgregazione artistica, rendendola una banale e scontata caricatura di sé stessa. Quindi ben vengano queste prove di coraggio. Il tentativo, però, non può essere considerato completamente riuscito, nonostante la bontà della produzione e la solita energia che la band metterà nelle prossime esibizioni dal vivo; il disco da l’idea di qualcosa in divenire, è un punto di partenza per qualcosa che deve ancora avvenire. Se da un lato vi sono ottime intuizioni, passaggi hard-blues sentiti, un buon mix di psichedelia ed oscurità, dall’altro lato manca ancora una coesione forte alla base del progetto e spesso la band inglese cade nell’errore di pensare che semplicemente alleggerendo le proprie sonorità doom metal, il suono risultante debba avere le caratteristiche e le sfumature dello stoner rock. Resta, però, nel complesso una svolta interessante di una band apprezzata.

By | 2017-11-29T18:56:14+00:00 novembre 29th, 2017|MUSICA|0 Comments

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