SONGS OF EXPERIENCE, U2

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SONGS OF EXPERIENCE, U2

Per parlare dell’ultima fatica in studio degli U2, “The Songs Of Experience”, partiamo da alcune parole del nuovo brano “The Blackout”: un dinosauro si chiede perché continui ancora a camminare sulla Terra / una meteora promette che non gli farà male. Un passaggio ironico sui così detti dinosauri del rock, di cui ormai gli U2 sono sicuramente parte; ma anche un richiamo alla precarietà della condizione umana: il nostro destino è appeso ad un filo e siamo del tutto impotenti rispetto alle forze che agiscono nell’Universo. Dopo gli ultimi due album meno convinti, “Songs Of Experience” rappresenta un salto in avanti, ma va epurato di tutte quelle parti eccessivamente radiofoniche in cui la band irlandese forza la mano nel cercare l’approvazione delle masse e delle arene finendo per ridursi a suonare come i Coldplay.

È un album pieno di romanticismo nel quale l’amore la fa da padrone e Bono e compagni sono ancora maestri nel creare determinate atmosfere. Non mancano, comunque, passaggi più politici, anche se la band, questa volta, sembra essere piuttosto pessimista rispetto al fatto che la musica possa davvero riuscire a smuovere le coscienze. “Posso aiutarti”, affermano, “ma la battaglia deve essere la tua”. Non c’è nessun esplicito attacco al potere, gli U2 preferiscono, piuttosto, rivolgersi al cuore dell’America, la terra promessa, la terra delle opportunità in cui chiunque può realizzare i propri sogni. È evidente, però, dal grigiore e dalla pesantezza che si respirano nell’aria che non siamo più dinanzi né alla terra mitologica di Joshua Tree, né a quella eroica di “The Hands That Built America”, l’America trumpiana è un paese totalmente diverso, più propenso a guardare dentro di sé; una nazione che non vuole più rivolgere il suo sguardo alle macerie diffuse un po’ ovunque nel mondo, nè ai milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa e cercare altrove non più la realizzazione dei propri sogni, ma semplicemente la possibilità di sopravvivere e non perire sotto le bombe o i colpi di un cecchino.

Gli U2 non sono più diretti come avveniva nel glorioso passato; è tutto velato, tutto tratteggiato in maniera lieve. Questo non è un album politico, ma è soprattutto un album che parla d’amore e di morte. Viviamo in un’epoca turbolenta e il nostro primo obbiettivo deve essere quello di non farci schiacciare, ma di resistere il più possibile, anche un solo giorno in più. Bono e compagni hanno quasi sessant’anni, non sono certo dei vecchi decrepiti, ma non possono ovviamente essere ancora loro i portavoce di questi tempi così agitati. Dopo i fatti del 2014 ed il controverso accordo con la Apple, la band irlandese ha voluto dare vita ad un lavoro che risultasse, soprattutto, onesto, sentito e non invadente. Lo stesso Bono ha descritto l’album come un insieme di lettere indirizzate alle proprie famiglie, ai propri fan ed all’America dei grandi ideali. Non sono delle indicazioni, ma semplicemente dei consigli. Il loro obbiettivo non è parlare di Trump o della Brexit, ma semplicemente quello di ricordare alla gente che esistono anche strade che non sono fatte solo di rabbia, di disperazione e di cinismo. Tutto è raccontato e suonato nel classico e consolidato stile U2; non è un album innovativo, in ricerca chissà di quali radicali cambiamenti; è un album che si rivolge essenzialmente ai fan della band, non ne cerca di nuovi e che è attraversato da una certa “malinconia costruttiva” nei confronti del passato: guardarsi dietro per migliorare il domani. Sarà possibile? O sono solo le divagazioni di enormi dinosauri prima che arrivi la fatidica meteora?

By | 2017-12-02T15:58:57+00:00 dicembre 2nd, 2017|MUSICA|0 Comments

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