IRON BUTT, The Devils

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IRON BUTT, The Devils

The Devils pubblicano il loro secondo album, “Iron Butt”, spingendo ancor di più il piede sull’acceleratore: ritmi frenetici, riff aggressivi, voce e chitarra che si rincorrono continuamente. Pennellate ultrasoniche e rabbiose che colorano una tela fatta di rock ‘n’ roll brutale, velocità incalzante, passaggi punk e trash metal. Ciò dà vita ad un garage rock particolarmente arrabbiato ed abrasivo; a suoni volutamente grezzi e spigolosi, che partono dai solari e spensierati anni sessanta per giungere alla nostra epoca, così oscura, frammentata e caotica; un’epoca nella quale le provocazioni dei diavoli esplodono con tutta la loro energia ed audacia, quasi a voler rimarcare il fatto che dobbiamo muoverci, dobbiamo darci una mossa. Ormai è giunto il momento di rompere i secolari schemi mentali che ci tengono incatenati in queste sterili, incompiute e per nulla significative esistenze. Altrimenti non potremo fare altro che chinare la testa e soccombere per sempre.

The Devils non sono mai stati tecnicamente perfetti e continuano a non esserlo, ma, in effetti, ciò che a loro interessa non sono tanto la perfezione e la purezza stilistica; l’obiettivo è quello di essere diretti, veri, di riuscire a costruire un legame emotivo con i propri ascoltatori. Un intento evidente sin dal brano iniziale del disco, “Put Your Devil Into My Ass”, un minuto e mezzo di furia e passione che sfocia nella tagliente e rumorosa “Red Grave”. L’album parte a velocità massima e continua così, fino a “White Collar Wolf”, una canzone che strizza l’occhio alle atmosfere più rarefatte del desert rock. “Radio Maria Anthem”, oltre che per la bellezza del titolo, riesce ad evocare nell’ascoltatore, con forza dirompente, l’incedere, intransigente e determinato, di queste malevole onde elettromagnetiche nelle nostre menti, spesso sprovvedute ed indifese. Ci troveranno ovunque, in qualsiasi angolo remoto e nascosto di questo pianeta.

Il duo napoletano continua la sua ricerca di un sound originale, primitivo e selvaggio; mescola, con la solita irriverenza, la malvagità dell’essere umano con la sua voglia di divertirsi, di uscire fuori dagli schemi imposti dalla società, di vivere senza condizionamenti esterni e di riprendersi, finalmente, il controllo totale delle proprie scelte e delle proprie azioni.

Ivan Karamazov, uno dei personaggi del romanzo “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, riteneva che il diavolo, in realtà, non esistesse, ma non fosse altro che una creazione dell’uomo; che fosse stato l’uomo a crearlo a propria immagine e somiglianza. In pratica, quindi, ogni uomo è un diavolo ed ogni diavolo è solo un uomo; ciò che le religioni o le morali definiscono come “demoniaco”, in realtà, esiste ed è presente in ciascuno di noi. Non bisogna avere timore di ciò che abbiamo dentro, della nostra voglia di divertirci, di quella forza che vorrebbe scatenarsi, incurante dei giudizi e delle definizioni altrui, soprattutto quando questi vengono enunciati sotto forma di dogmi e postulati solo per tenerci imbrigliati, buoni e servizievoli. Lunga vita, allora, alle intemperanze ed alle distorsioni dei diavoli Erica Toraldo e Gianni Pregadio.

By | 2018-01-03T11:35:41+00:00 gennaio 3rd, 2018|MUSICA|0 Comments

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