TUNA DE TIERRA, Tuna De Tierra

//TUNA DE TIERRA, Tuna De Tierra

TUNA DE TIERRA, Tuna De Tierra

La musica dei Tuna De Tierra, band italiana di origini napoletane, ama mescolare una versione di stoner rock, melodica e suadente, con le atmosfere lisergiche tipiche dello space rock e del rock psichedelico degli anni sessanta e settanta.

Sin dal primo brano del disco, lo strumentale “Slow Burn”, i Tuna De Tierra spingono l’ascoltatore verso un viaggio di ricerca ed espiazione intimo e solitario. Un percorso che possa farlo sentire in armonia sia con sé stesso, che con il mondo circostante. Un mondo puro ed incontaminato, fatto di montagne che si scagliano imponenti verso un cielo terso, di foreste fitte ed impenetrabili nelle quali la luce del sole riesce a penetrare solo attraverso sottili spiragli, di fiumi che scorrono impetuosi senza che nessuno osi deviarne il cammino. È una terra profondamente diversa da quella che siamo abituati a vedere oggi; è la terra dei nativi Americani, dei loro riti magici e misteriosi, delle storie che venivano tramandate di generazione in generazione.

Il secondo brano, “Morning Demon”, incede in modo sinuoso in questo mondo sconosciuto e non ancora contaminato dalla civilizzazione e si fregia, nei suoi circa otto minuti di durata, di reminiscenze blues, jazz e psichedeliche. I Tuna De Tierra danno vita ad una loro personale versione, eterea e melodica, di desert rock, guardando tanto alla strada originaria aperta dai Kyuss negli anni novanta, quanto alle più classiche sonorità rock degli anni settanta, come si evince dalla successiva “Out Of Time”.

La band italiana evoca, con convinzione e intensità, il grande spirito e le forze della natura, mentre la sua musica si espande e si fa sempre più onirica e penetrante, permettendo all’ascoltatore di abbandonare la dimensione materiale e materialista della propria esistenza. I Tuna De Tierra cercano di dare un tono sacro ed ancestrale al proprio sound; qualcosa che, come il rito e le parole di un antico sciamano, possa essere il punto di contatto e di passaggio tra il mondo terreno e quello spirituale. In tal senso, i loro obbiettivi ed il modo scelto per metterli in pratica, li avvicinano concretamente alla scena psichedelica californiana di metà anni sessanta; a gruppi famosi come i Jefferson Airplane, gli stessi Doors o i Grateful Dead, band che cercavano una comunione profonda con i propri ascoltatori e che non disdegnavano affatto, per metterla in atto, richiamarsi alle tradizioni sciamaniche ed alle usanze dei nativi Americani.

Il gruppo italiano segue la medesima strada, introducendo in brani quali “Long Sabbath’s Day” o “Mountain”, elementi blues-rock, psichedelici e folk-rock. La parte conclusiva dell’album, con il brano “Laguna”, è, invece, affidata nuovamente ad atmosfere più vicine allo stoner rock ed al rock cosmico degli anni settanta, in maniera tale da rendere questo disco sia epico, che sperimentale; quasi come se tutto ciò che abbiamo ascoltato e condiviso fosse stato il frutto di una jam session nella quale il tempo e lo spazio sono solo qualcosa di estremamente remoto e rarefatto, qualcosa perso chissà dove all’orizzonte.

By | 2018-01-03T15:24:34+00:00 gennaio 3rd, 2018|MUSICA|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment