DOOM SIDE OF THE MOON, Kyle Shutt

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DOOM SIDE OF THE MOON, Kyle Shutt

“The Dark Side Of The Moon” è uno dei dischi più famosi e celebrati della storia del rock. Kyle Shutt, chitarrista della band stoner metal americana The Sword, ce ne fornisce, assieme ai suoi compagni di viaggio, una propria rilettura in chiave stoner e doom metal che è, appunto, denominata “Doom Side Of The Moon”. Quando si decide di intraprendere progetti di questo tipo il rischio di sbagliare è sempre elevato; inoltre la riuscita del lavoro sta soprattutto nella capacità di rileggere i brani originali, fornendone una lettura moderna, interessante e innovativa: è indispensabile che brilli qualcosa di nuovo sotto il sole.

Kyle Shutt e la sua band non si sono voluti prendere alcun rischio, è bene metterlo immediatamente in chiaro e ciò, ovviamente, ha indebolito il loro progetto. “Doom Side Of The Moon” è un buon lavoro, ben registrato e prodotto, ma non va oltre l’ordinaria dimensione di un buon album di cover, di un classico del rock, eseguite da un gruppo di bravi artisti di matrice stoner metal. I musicisti coinvolti hanno, praticamente, seguito, per quanto gli fosse possibile, la strada maestra tracciata dai Pink Floyd nel lontano 1973. Hanno avuto troppa paura di smarrire il cammino? Probabile. L’unica differenza degna di nota è quella di aver esaltato, ovviamente, soprattutto le parti di chitarra che, infatti, sono quelle più interessanti e le uniche in grado di dare un tocco di freschezza a questo disco che, altrimenti, pur essendo un buon disco, sarebbe stato semplicemente una copia, più o meno conforme, della versione originale, ma con minore enfasi e minore slancio emotivo rispetto ai celebri Waters/Gilmour/Wright/Mason.

L’inizio dell’album, costituito dal noto trittico “Speak To Me”/”Breathe”/”On The Run”, è la parte che risulta essere più fedele alla versione pinkfloydiana, con la pecca, però, di aver rinunciato all’effetto poetico del cuore pulsante e di non essere riusciti a risultare sufficientemente crudi ed abrasivi, come ci si aspetterebbe in fondo da una band doom massiccia e cattiva. Il discorso migliora enormemente con la successiva “Time”, che rappresenta l’apice dell’album; la chitarra è finalmente tagliente, robusta ed aggressiva ed è evidente come non si tratti solo di una semplice cover, ma vi sia il tentativo di fare propria la canzone e donarle una nuova veste sonora, più cruda e rabbiosa. Le successive “Great Gig In The Sky” e “Money”, pur essendo valide, non hanno assolutamente nulla a che vedere con le versioni originarie. È interessante la rivisitazione in chiave stoner, congiunta al sassofono, ma sostituire la voce di Clare Torry era, sinceramente, un’impresa ardua per chiunque. Molto meglio, invece, la parte finale dell’album, nella quale i brani pinkfloydiani acquistano nuova linfa e mordente grazie ad un’ottima rivisitazione, nella quale i passaggi psichedelici originari si fondono e mescolano perfettamente alle atmosfere stoner e desert rock proposte da Kyle Shutt e compagni.

“Doom Side Of The Moon” risulta essere, in definitiva, un buon lavoro, onesto e sudato, ma non contiene nessun elemento particolarmente innovativo. Seppur alcune canzoni (“Time” e “Brain Damage/Eclipse” su tutte) risultino essere interessanti, esse non aggiungono assolutamente nulla alla grandezza dei Pink Floyd e del disco originale. È ovvio che un’operazione di questo tipo, anche se interessante dal punto di vista dei fan, nonostante sia un omaggio ad una imprescindibile band del passato, che ha influenzato e continua ad influenzare generazioni e generazioni di giovani musicisti, ha anche un non trascurabile aspetto economico e commerciale. È un’opera che, più che agli amanti del metallo, guarda soprattutto ai fan vecchi e nuovi dei Pink Floyd. Sta a voi decidere cosa fare con i vostri soldi.   

 

By | 2018-01-09T21:04:31+00:00 gennaio 9th, 2018|MUSICA|0 Comments

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