NON SI SA DOVE METTERSI, Fluxus

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NON SI SA DOVE METTERSI, Fluxus

“Non Si Sa Dove Mettersi” segna il ritorno dei Fluxus con una miscela di punk e rock’n’roll. Undici brani diretti e spontanei nei quali la band torinese non fa sconti a nessuno. L’album è stato completamente autoprodotto, grazie ad una apposita campagna di crowfunding e registrato in presa diretta. Ciò lo ha reso più autentico e veritiero, più rumoroso e sporco, qualcosa di estremamente lontano dalle produzioni di massa a cui siamo abituati oggi, in particolare in Italia.

Già dal titolo scelto per il disco è evidente il concetto attorno al quale ruotano le canzoni: viviamo prigionieri di una società omologante, che tende a rigettare e trattare come reietti tutti quelli che non ne accettano pedissequamente le regole, gli ideali, gli stili di vita e gli schemi di pensiero. Rispetto al passato, agli anni novanta nei quali i Fluxus iniziarono il loro percorso musicale, le persone sono convinte, erroneamente, di essere uniche e speciali, mentre, in realtà, non fanno altro che seguire pensieri altrui imposti dall’alto. Qualsiasi comportamento diverso, è automaticamente anche sbagliato e quindi va rimosso e condannato.

I testi dei Fluxus non sono altro che la descrizione, a volte diretta, minimale e senza fronzoli, altre volte più lisergica, espansiva ed astratta, della situazione attuale. È un dipinto a tinte fosche, quello che disegna la band torinese, ad iniziare dai cani orwelliani che fanno il loro ingresso in scena nel primo brano dell’album, “Nei Secoli Fedeli”. Essi, senza alcuno spirito critico, né coscienza, né pensieri propri e soprattutto senza alcuna possibilità di redenzione, agiscono, esclusivamente, dietro comando del padrone, nel nome della nuova religione, di cui rappresentano il braccio che reprime ogni dissenso.

Tra frasi di circostanza riciclate e soli dell’avvenire, il presente non fa altro che riproporre gli stessi fallimentari schemi del passato. L’amarezza, il vomito, la bile, il sangue, le rinunce: la musica e le parole dei Fluxus ci mostrano su cosa si fonda il mondo in cui viviamo e cosa ci costano le nostre false scelte. Crediamo di agire in maniera indipendente ed autonoma, ma invece siamo solo dei poveri automi che vivono in case disabitate e fissano immagini che non rappresentano assolutamente nulla. Tutto quello che riempie le nostre vite è senza alcun sapore, è solo forma, ma non c’è alcun contenuto e sarà sempre così, finché non torneremo a guardare le persone per ciò che sono, piuttosto che interessarci solamente agli oggetti che posseggono ed al modo con cui possiamo farli nostri. “Ami Gli Oggetti” è la perfetta descrizione della terra di nessuno in cui ci sopravviviamo. Ma fino a quando riusciremo ancora a camminare, a muoverci, ad osservare, a cercare i colori in questo piatto e sterile grigiore? Quali sono le nostre motivazioni e le nostre ragioni?

Le atmosfere si fanno più lente nella cruda “La Decima Vittima”, un brano che ci fa respirare la paura di essere braccato, catturato e punito; il timore di diventare la preda sul quale queste belve daranno sfogo ai loro istinti più aggressivi, brutali e violenti. Qual è la via d’uscita che ci viene offerta? Ci chiedono di essere buoni, di scodinzolare felici, di rispettare i padroni, di pregare il loro dio. Ci fanno vivere nell’illusione di avere qualcosa da perdere ed allora ci scagliamo rabbiosamente, dietro loro comando, contro chiunque pensiamo voglia portarci via ciò che, in realtà, non ci appartiene, né ci apparterrà mai. Ed allora combattiamo tutti coloro che appaiono diversi, difendendo questo assurdo sistema. Un sistema che, come sintetizzarono bene i CCCP, è descrivibile da tre semplici parole: produci, consuma, crepa.

I Fluxus hanno aggiunto la quarta: odia. I padroni, per renderci controllabili, danno un senso alle nostre giornate, che è quello di difendere questo bene collettivo (che non esiste e che non intendono creare) e, di conseguenza, odiare chiunque non ne faccia parte.   

By | 2018-01-24T10:02:41+00:00 gennaio 24th, 2018|MUSICA|0 Comments

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