CATHARSIS, Machine Head

//CATHARSIS, Machine Head

CATHARSIS, Machine Head

“Catharsis”, il nuovo lavoro dei Machine Head, non è un disco semplice: in quindici brani e circa settantacinque minuti, la band americana, con il suo solito piglio ed il solito groove, tenta di spaziare attraverso tutte le sonorità che rientrano nel loro patrimonio artistico e che hanno influenzato, nel bene e nel male, i dischi del passato.

Rabbia, tecnica, la ricerca di momenti estremamente melodici, passaggi tribali e selvaggi, l’oscurità del black metal ed alcune improvvise divagazioni rap-metal. Tante strade diverse che, in realtà, dovrebbero confluire in un’unica strada, ma ciò non accade sempre e nonostante la voglia di sperimentare di Rob Flynn e compagni, l’album dà l’impressione di non essere compatto. Questo, però, non deve essere visto, necessariamente, come un aspetto negativo; potrebbe essere anche letto come il tentativo, da parte della band, di estremizzare il concetto stesso di equilibrio, di vaporizzarlo e disperderlo in tutte le possibili direzioni. In un certo senso, è come se il gruppo avesse deciso di offrire in questo lavoro tutte le possibili sfaccettature del proprio sound: quando le sonorità dei Machine Head sono quelle più cupe, quelle che scandagliano le profondità dell’heavy metal, del trash metal e del black metal, riescono a creare un’atmosfera inquietante, capace di trasmettere l’intensità e la forza della propria musica agli ascoltatori. Il risultato è buono, ma non eccezionale, quando tentano di rivisitare, a modo loro, la linea malinconica e melodica delle classiche ballad folk d’oltreoceano, mentre è del tutto trascurabile quando tentano di ritornare sulle remote esperienze nu-metal del passato. Resta, comunque, la possibilità, per gli ascoltatori, di scegliere liberamente cosa prendere e cosa scartare da questo nuovo disco dalla triplice anima.

“Volatile”, il brano iniziale dell’album, è brutale e selvaggio, mentre la successiva “Catharsis” introduce quello che è il concetto di questo progetto: la musica come unica strada possibile per la salvezza, la musica come catarsi sia per il proprio corpo, che per la propria anima, in modo da purificarsi da tutto ciò che di sporco e corrotto ha fatto parte della nostra vita. “Beyond The Pale” è un brano dal sound più tradizionale, sul fatto che, spesso, ci sentiamo completamente estranei a questo mondo, siamo dei disadattati alla continua ricerca dei propri eroi e dei propri mostri. In “Bastards” i Machine Head danno libero sfogo alle proprie sperimentazioni melodiche, a detta dello stesso Rob Frynn hanno cercato di creare la propria versione di quelle sonorità folk e popolari così care ad artisti come Bruce Springsteen o Tom Petty. Melodia che la fa da padrona anche in “Behind A Mask”, un brano semplice e pulito, mentre nella seguente in “Heavy Lies The Crown”, la band si concentra sulla narrazione di alcuni eventi storici riguardanti Luigi XI di Francia, che fu, appunto, soprannominato il “ragno” per la sua deformità e per la sua grande capacità di ordire inganni, trame e complotti.

I Machine Head hanno messo davvero parecchia carne a cuocere, ciò potrebbe non piacere ai puristi, potrebbe dare l’idea di un lavoro disordinato e pesante da digerire. Allo stesso tempo, però, non si può non ammettere il fatto che sia un progetto audace e che la band non si sia fermata, ma che continui imperterrita a sperimentare nuove soluzioni musicali, a costo di perdere le peculiarità del proprio sound e risultare così confusa, svogliata e poco incisiva. “Catharsis” non è un album cattivo, ma rappresenta qualcosa di diverso nella carriera dei Machine Head, lontano anni luce dai convincenti “Burn My Eyes” e “The Blackening”, che restano i punti alti della loro storia, potrebbe divenire la porta aperta verso una nuova dimensione sonora tutta da scoprire; solo il tempo potrà darci la risposta.

By | 2018-01-27T16:24:37+00:00 gennaio 27th, 2018|MUSICA|0 Comments

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