SHADOW OF THE SWORD, Stalker

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SHADOW OF THE SWORD, Stalker

Un album, il primo, quello dei neozelandesi Stalker che è stato concepito come un omaggio ai fasti antichi dell’heavy metal più sfrenato e tagliente, alla carriera di celebri band come gli Slayer o i Venom. È questa la strada che ha voluto percorrere la band, non solo dal punto di vista musicale, ma anche per tutti gli altri aspetti dell’album. La copertina, innanzitutto, è un evidente richiamo agli anni ottanta, al metal epico ed al trash più cattivo; il titolo, “l’ombra della spada”, con i suoi riferimenti alla diabolica creatura risvegliata dopo un lungo ed oscuro sonno, è ancora un chiaro ed evidente omaggio a quelle veloci e rabbiose sonorità. Gli Stalker hanno ideato il proprio revival e si sentono a proprio agio nel dare forma a queste canzoni di impatto, ricche di riff feroci e richiami agli anni d’oro del metallo. È un disco che sicuramente farà felici gli appassionati di questo genere, il trash metal, che rese celebri band come i Metallica, gli Anthrax o i già citati Slayer.

L’inizio, affidato alla graffiante “Total Annihilation”, getta immediatamente le basi del loro sound: chitarra ruggente, percussioni frenetiche, brusche interruzioni, una linea di basso potente e pulsante ed una voce urlante, il cui intento è quello di squarciare il tempo e riportare indietro le lancette dei nostri orologi. Il risultato è un susseguirsi di canzoni massicce, “Path Of Destruction”, evoca una vera e propria tempesta, accelera e rallenta, cerca di confondere gli ascoltatori per poi spingerli nuovamente verso il baratro della distruzione e della follia. È un album compatto, caratterizzato da una forte omogeneità dei suoni, che alla lunga potrebbe apparire eccessivamente pesante, ma che ha il suo fascino e che riuscirà ad essere particolarmente travolgente durante le esibizioni dal vivo della band di Wellington.

È indubbiamente insolito produrre oggi un lavoro di questo tipo ed ostinarsi a volerlo mantenere puro, rispettoso degli schemi originari, senza cercare commistioni con nuovi generi musicali e nuove sonorità, ma la bravura del trio neozelandese sta proprio nel rispettare il canone classico del trash metal, ostentando sicurezza e riuscendo, comunque, a produrre brani divertenti e di indubbia presa, nonostante il tempo non sia più, ormai, dalla parte delle borchie di metallo e dei capelli lunghi fino al fondoschiena.

Un disco retrò, che affronta gli stilemi del metal anni ottanta, non nascondendo una certa ironia e senza paura di nascondere i propri gusti musicali. “Satanic Patanic” e “Evil Dead” sono canzoni capaci di trascinare gli ascoltatori, di spazzare via qualsiasi resistenza, di affrontare il passato, pensando soprattutto a divertirsi e fare casino suonando. Nonostante la passione e la concretezza della band, è ovvio che un percorso di questo tipo non lascia alcuno spazio alla sperimentazione, alla ricerca di nuovi suoni, ad una crescita del proprio sound. Rimanere, quindi, ancorati a questi concetti anche in futuro potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio e non permettere agli Stalker di scoprire di cosa sono veramente capaci. Azionare la macchina del tempo può essere un’esperienza interessante e significativa solo se si comprende che, una volta rivisitato il passato, diventa assolutamente necessario compiere anche dei passi in avanti, verso il futuro. Altrimenti la creatura diabolica della spada rischia, una volta risvegliata, di ricadere nel suo sonno profondo e questa volta di rimanerci per sempre.

By | 2018-01-29T21:03:29+00:00 gennaio 29th, 2018|MUSICA|0 Comments

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