DUNK, Dunk

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DUNK, Dunk

I fratelli Giuradei dal loro omonimo progetto, Luca Ferrari dai Verdena e Carmelo Pipitone dai Marta Sui Tubi e dagli stupefacenti O.r.K. sono questi gli ingredienti del progetto Dunk. Quando si sommano esperienze di un certo livello, come in questo caso, non è detto che il risultato sia degno delle attese, cioè che possa essere considerato almeno pari alla somma dei singoli addendi. Per i Dunk, però, possiamo affermare che questo risultato, pur senza introdurre elementi particolarmente innovativi e pur limitandosi a mantenersi su dinamiche conosciute, semplici, dirette e pulite, riesce a non sfigurare rispetto alle sue componenti costitutive e non deludere totalmente le aspettative iniziali.

L’energia dirompente che Ferrari e Pipitone danno allo strato sonoro più profondo del disco si fonde, con maestria, alle sfumature verbali ed all’approccio più folk e cantautoriale dei fratelli Giuradei. Questa commistione di generi e stili differenti, che va dal rock al pop, dal folk al classico cantautoriale italiano, riesce a dare vita ad un disco eterogeneo, nel quale i brani si muovono, a seconda dei casi, nelle più disparate direzioni, passando dalle atmosfere meditative della ballata “Mila”, morbide e sinuose, al pop-rock, più smaliziato e spigoloso, di “Stradina”.

“Avevo Voglia” è un brano originale ed interessante, un leggiadro canto d’amore che suona anche come un invito a non abbandonarsi a sé stessi, ma a continuare a credere nei propri sogni e ad agire di conseguenza. Una canzone che, incurante delle distanze temporali, richiama le ritmiche e le atmosfere care al prog italiano degli anni settanta. Non si tratta di mera emulazione del passato, perché i Dunk destrutturano la complessità dei suoni originari, ci mettono dentro il proprio essere e poi aggiungono una buona dose di freschezza e di attualità, che li spinge a guardare alle dinamiche dei nostri tempi e della nostra quotidianità, piuttosto che a perdersi dietro i mostri del passato.

Il sound suadente e ricercato di “Avevo Voglia” si trasforma poi nel folk cantautoriale, diretto e pulito, di “Mila”, il cui obbiettivo è quello di creare un’atmosfera delicata e meditativa nella quale gli ascoltatori possano sentirsi a proprio agio ed affrontare, senza alcun timore, i propri ricordi, le proprie imperfezioni e le proprie mancanze. Un velo di tristezza sembra cadere su tutto ciò che fa parte delle nostre piccole ed ordinarie esistenze, fino a che le improvvise accelerazioni di “E’ altro” non ci spingono a ripulire queste povere anime, combattute ed affrante, da tutto il fango che le appesantisce e che impedisce loro di sentirsi leggere e spensierate (“Spino”).

“Ballata 1” è una nostalgica ballata moltheniana che si focalizza su quel senso di vuoto e di impotenza che sentiamo nel nostro cuore quando questo dispotico ed incurante Tempo si prende tutto quello che ci apparteneva ed avevamo conquistato con fatica. Ma le dinamiche ritornano ad essere più frenetiche ed allegre nella successiva “Amore Un’Altra”, un vortice di parole che cercano di riaffermare la serenità perduta. Siamo completamente immersi nella parte più melodica e delicata dell’album, mentre nel successivo brano “Stradina”, una canzone ricca di ammiccamenti alle velenose sonorità post-grunge dei Verdena, le atmosfere si fanno più torbide, ma senza perdere la leggerezza che contraddistingue questo progetto. Dunk ha il suo equilibrio e probabilmente ciò ha limitato quella che poteva essere la sua forza e la sua potenza, ma ci auguriamo che il discorso cambi quando queste canzoni verranno eseguite dal vivo, quando l’equilibrio non sarà più interno, ma verrà costruito con il pubblico.

By | 2018-02-03T14:24:55+00:00 febbraio 1st, 2018|MUSICA|0 Comments

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