AGE OF CHANGE, Snowchild

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AGE OF CHANGE, Snowchild

La title-track che apre l’album d’esordio degli Snowchild ha la forza dirompente di un fiume di lava incandescente, quasi dieci minuti di fuzz, echi e distorsioni in una accattivante evoluzione di ritmi che cambiano continuamente tempo e velocità; un miscuglio tra la malefica cattiveria dei primi album dei Black Sabbath e la sperimentazione psichedelica dei King Crimson.

Il brano successivo, “Born In Flames”, ha, invece, un inizio lisergico e meditativo, gli Snowchild lo caricano della magia, del mistero e dell’acidità tanto care ai Doors e lo fanno librare leggero nell’aria. Ma prima che l’assolo iniziale di chitarra termini, il loro orizzonte si fa sempre più oscuro ed il cielo diventa sempre più basso, finché “Born In Flames” non ricade pesantemente sulla terra, aprendo una enorme voragine e raccordandosi in maniera naturale con quelle che erano le sonorità più lente, devastanti e disperate del brano iniziale.

Gli Age Of Change hanno imparato alla perfezione la lezione delle grandi band del passato a cui fanno riferimento, ma non ne stanno semplicemente copiando e riproponendo suoni e tematiche. Il loro obbiettivo è quello di espanderne ed arricchire il messaggio, vogliono creare dei suoni nuovi che siano il frutto delle proprie idee e della propria passione: è musica viva e ciascun strumento fa, nel modo migliore, la sua parte. Se il secondo brano, infatti, iniziava con un assolo di chitarra, quello successivo, “King Of Coch”, concede il giusto spazio ad un basso massiccio e possente. La band americana non si limita solo a suonare, ma sa utilizzare con intelligenza anche gli spazi vuoti, è in grado di dosare la sua potenza e quando la batteria inizia a martellare sembra che le montagne si spacchino e decidano di scendere a valle distruggendo tutto ciò che si oppone al loro cammino.

Il terzetto di Wichita, Kansas riesce ad alternare parti più minimali, spoglie, crude ed inquietanti con passaggi selvaggi e bestiali, densi di suoni e parole, nei quali la musica si fa avvolgente e riesce a creare un legame fisico, oltre che spirituale, con i propri ascoltatori. In entrambi i casi il terzetto mette in musica la forza dirompente e devastante della natura, la quiete apparente da cui può giungere, improvvisamente, una terribile tempesta. In fondo si tratta semplicemente della vita e della morte che si susseguono nel loro infinito ciclo di caduta e di rinascita.

La summa dei loro stili è rappresentata dal lungo brano finale, un fiume di sedici minuti, “Boudica”, nei quali c’è tutto il loro cosmo e la loro voglia di cambiare. L’intro iniziale, carica di attesa, sfocia in un miscuglio di elettricità blues, passaggi stoner che richiamano l’hard-rock ed il metallo più oscuro, lento e pesante. Ciò che resta, aldilà delle citazioni e dei richiami di un remoto passato, sono solo loro, gli Snowchild, e la voglia di riascoltare nuovamente questo disco.

By | 2018-02-02T10:51:58+00:00 febbraio 2nd, 2018|MUSICA|0 Comments

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