DIRTY SUNDAY, Rainbow Bridge

///DIRTY SUNDAY, Rainbow Bridge

DIRTY SUNDAY, Rainbow Bridge

Il ponte dell’arcobaleno è un ponte sospeso tra passato e futuro. Da un lato i nostri ricordi e le nostre esperienze, dall’altro le nostre aspettative ed i nostri sogni. Ciò che caratterizza gli esseri umani è, appunto, la loro capacità di vivere nel tempo, oltre che nello spazio: “Dirty Sunday” è un viaggio temporale, è il ponte che collega un passato fatto di sudore, fatica e sonorità hendrixiane con un futuro che volge il suo sguardo verso i ritmi lenti, incisivi e muscolari dello stoner rock.

La band pugliese ha assorbito e fatto proprie le dinamiche del blues più elettrico, i cinque brani dell’EP “Dirty Sunday” vanno al di là della semplice costruzione di un tributo ad un immenso ed inarrivabile artista del passato, perché riescono ad avvolgere completamente l’ascoltatore e spingerlo a vagare in un deserto sconfinato, abitato da creature infernali di indomabile impeto e bruciante passione, sotto il sole rosso fuoco del blues della Coachella Valley. Un sole che è sì fonte di vita, ma che, allo stesso tempo, può distruggere tutte le nostre speranze e lasciarci, all’improvviso, soli e senza alcun futuro.

Le cavalcate rabbiose di “Dusty” conducono i Rainbow Bridge su un territorio estremamente pericoloso: il passato è un gigantesco mostro di sabbia che rischia di fagocitare chiunque osi sfidarlo ed intrattenersi con lui più del dovuto, facendogli perdere di vista l’orizzonte e lasciandolo così per sempre in uno stato incompiuto ed indefinito, prigioniero di una suadente e morbida jam session che non avrà mai fine.

Ma l’elemento passionale e frenetico del brano iniziale è mitigato, strada facendo, da quello più razionale e riflessivo che emerge in “Maharishi Suite”: è questo saper restare in equilibrio che rende l’EP interessante. I Rainbow Bridge hanno dimostrato, in circa trentacinque minuti di suoni viscerali di chitarra, basso e batteria, di riuscire a non sprofondare nelle sabbie incandescenti della memoria.

L’uomo è tale perché ricorda e perché è capace di sognare, il passo successivo del terzetto di Barletta dovrà essere quello di dare maggiore spazio ai propri sogni, di rompere quell’equilibrio che hanno laboriosamente costruito e protetto in questi anni con i loro idoli ed i loro demoni, perché, in fondo, questo è l’unico sentiero che permetterà loro di stringere tra le dita quell’orizzonte che ora potrebbe apparire irraggiungibile. Non basta abbattere le distanze temporali, non è sufficiente essere capaci di amalgamare l’hard rock sferzante degli anni settanta con le atmosfere distorte e lisergiche tanto care al desert rock, ma è necessario riuscire a controllare anche lo spazio, estendendo ed accorciando le distanze a proprio piacimento, senza aver più timore di smarrirsi, senza nutrire più alcun timore reverenziale, ma consci che il sentiero che si sta percorrendo sia solo il proprio.  

 

By | 2018-02-02T10:33:24+00:00 febbraio 2nd, 2018|NewBoots&Contracts|0 Comments

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