MICROSHIFT, Hookworms

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MICROSHIFT, Hookworms

Spesso, quando si parla di psichedelia si pensa, immediatamente, agli anni sessanta e settanta ed a gruppi quali i Soft Machine, i Pink Floyd, i King Crimson o gli Hawkind. Un approccio di questo tipo è, però, troppo limitativo perché il rock psichedelico non è ad appannaggio solo di una ben precisa epoca storica e musicale e delle band che ne facevano parte, ma ha avuto una propria crescita ed una propria evoluzione che gli hanno permesso di arrivare fino ai nostri giorni. Fare musica psichedelica non significa, necessariamente, copiare pedissequamente o celebrare il passato, ma può diventare qualcosa di estremamente moderno, interessante ed innovativo. La cosa importante è creare suoni ed atmosfere in grado di prescindere da qualsiasi tempo e qualsiasi luogo. L’ultimo album degli inglesi Hookworms, “Microshift” ne è un esempio.

Le sonorità della band di Leeds guardano sì al remoto fascino dei sixty, ma c’è molto di più: uno spavaldo approccio post-punk di base; una commistione di sonorità ruvide e spigolose, garage e krautrock; la voglia di sperimentare e divertirsi con tutto ciò che la tecnologia è in grado di offrire.

Il disco è aperto da un brano, “Negative Space”, che ha il sapore della dance degli anni ottanta e che spiazza completamente i fan che, probabilmente, si sarebbero aspettati un inizio un po’ più fragoroso e dissonante. Le successive “Static Resistance” e “Ullswater” sono fiumi in piena di sonorità krautrock e post-punk ed immergono gli ascoltatori in un’atmosfera elettrica, colorata e stupefacente, nella quale l’elettronica analogica diventa la strada per epurarsi da tutto il dolore accumulato e ritrovare la gioia di vivere e divertirsi con gli altri.

Il dolore è un aspetto fondamentale, nonostante la dolcezza dei suoni. La genesi di questo terzo disco, infatti, è stata abbastanza turbolenta e frustrante: mentre la band stava lavorando su dei nuovi pezzi, un’alluvione ha, praticamente, distrutto il loro studio di registrazione e di conseguenza i ragazzi, dopo mesi di inattività musicale forzata, avendo perso ciò che avevano registrato, sono stati costretti a ripartire, ex novo, su del materiale completamente nuovo, che poi sarebbe diventato “Microshift”.

Nonostante il clima da dance party e club underground, nonostante gli ammiccamenti al dream pop ed alla techno music, la mission degli Hookworms resta quella di scandagliare i meandri della mente umana, di comprendere cosa ci sia dietro l’alienazione, la follia e tutti quei comportamenti e quei sentimenti negativi che ci impediscono di relazionarci agli altri e di vivere le nostre vite costruendo qualcosa che abbia senso, qualcosa di sereno e duraturo.

“Boxing Day” è un brano cattivo e tagliente; una new wave oscura e dannata, che sarebbe tanto piaciuta al Bowie berlinese, caratterizzata da una ritmica inquieta, pulsante e convulsiva, che sfocia nelle atmosfere più tenui, melliflue e meditative di “Reunion”, per poi dare l’ultimo colpo, quello decisivo, con l’ultimo brano dell’album, “Shortcomings”, in cui una voce delicata e suadente accompagna le linee decise di un basso funk verso quella che è la fine di questo nostro viaggio sonoro.

By | 2018-02-03T12:01:01+00:00 febbraio 3rd, 2018|MUSICA|0 Comments

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