DISH-IS-NEIN, Dish-Is-Nein

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DISH-IS-NEIN, Dish-Is-Nein

Dish-Is-Nein, ovvero non sono i Disciplinatha. Eppure, allo stesso tempo, sono proprio loro.

Ma riavvolgiamo per un attimo il nastro del tempo: Bologna, siamo alla fine degli anni ottanta, un filo rosso tiene connessa l’Emilia Paranoica alla battaglia di Stalingrado. La casa del punk tricolore ha sempre guardato più alle posizioni antagoniste e terzomondiste dei Clash, che al fosco nichilismo dei Sex Pistols. Il futuro è sempre esistito ed era una stella brillante, adagiata su un fondo rosso. In un contesto fortemente politicizzato, nel quale la musica alternativa era soprattutto all’appannaggio dei centri sociali e della sinistra antagonista, fece il suo esordio una band che, come stavano facendo i CCCP con i simboli e le icone del comunismo sovietico, utilizzò e fece propri i simboli e le icone del ventennio fascista. Tute mimetiche ed anfibi, maschere a gas e manifesti di stile futurista, campionamenti mussoliniani e slogan ad effetto, trasformarono i Disciplinatha, aldilà dei gusti musicali personali, nel simbolo e nell’incarnazione del Male. L’inizio fu difficile e burrascoso; fu proprio il sostegno di band alternative come i CCCP o gli Ustamamò a rendere “accettabili” i conterranei Disciplinatha, tant’è vero che la band pubblicherà proprio con l’etichetta I Dischi Del Mulo di Zamboni e Ferretti e sarà lo stesso Ferretti a curarne la produzione. Dieci anni dopo, nel 1997, in un’epoca che era già di disgregazione politica e di smantellamento ideologico, la band si sciolse.

Oggi, nel 2018, i Dish-Is-Nein non rappresentano una mera operazione nostalgica o puramente lucrativa, però è ovvio che essi raccolgano il background, la storia, le esperienze umane e musicali e – che piaccia o no – le idee dei Disciplinatha. Ritornano con la loro solita crudezza ed il solito sarcasmo, ma lo fanno in un’epoca ed un mondo profondamente diversi: la globalizzazione e la tecnologia moderna hanno stravolto il nostro stile di vita e il modo con cui ci relazioniamo agli altri; inoltre, le ideologie del secolo scorso sono state travolte dagli eventi e barricarsi dietro icone o peggio ancora fantasmi del passato, oggi, non crea più lo scalpore o l’impressione che poteva suscitare negli anni ottanta.

Il mondo è fuggito avanti, anche se molti non se ne sono ancora resi conto.

Questo omonimo EP si apre con “La Chiave Della Libertà”, un brano a cui partecipa anche il Coro Alpino di Monte Calisio che esegue, a sua volta, brano nel brano, una rivisitazione del brano di lotta partigiana “Compagno Fucile”, mentre la band dà vita a sonorità industriali e cupe. La sacralità e l’armonia che caratterizzano il Coro Alpino, simbolo dell’amor patrio, si scontrano con l’ansia e l’inquietudine trasmessi dalla musica e dalle parole dei Dish-Is-Nein. Oggi non basta più un semplice fucile per riprendersi la propria libertà; la globalizzazione sfrenata ed il capitalismo su scala globale ci hanno portato via identità e memoria, che ci sfuggono via come sabbia dalle mani. La band pone un tema scottante, è importante esprimere la propria posizione, indipendentemente da quella che è la valutazione soggettiva dei Dish-Is-Nein.

“Toxin” continua l’attacco alla modernizzazione sfrenata, ma la sposta verso sonorità elettroniche,  minimali e cattive, sulle quali le parole sferzanti e cariche di tensione esplodono, rabbiose, distruggendo ogni forma di ragione precostituita. La successiva “L’Ultima Notte” vede il ritorno della melodia e del nostalgico romanticismo epico del Coro Alpino; si tratta di una ballata folkeggiante e dolorosa, una sorta di ammissione della propria disfatta. È un brano colmo di tristezza che esprime il bisogno umano di ritrovare la propria serenità e mettere fine alla lotta.

Ma è solo un momento perché “Macht Frei” è una canzone provocatoria e spietata: post-punk ed elettronica danno vita ad un inno torbido ed oscuro, perfettamente adatto alla malevolenza dei nostri tempi, in cui si innesta alla perfezione il latino oscuro e decadente di Benedetto XVI. Non abbiamo più alcun futuro e non possono esserci più speranze ed ecco, allora, direttamente dal ’77, la voce innocente e pulita del bambino che intona il noto “no future” dei Sex Pistols.

“Eva” è il brano più metallico ed industriale dell’album, una cavalcata noise introdotta dal passo deciso degli anfibi; una visione distropica di un mondo devastato dall’odio e dalla sofferenza in cui i deboli sono sempre più deboli e tormentati ed un cancro divora ogni possibile barlume di luce e positività. In questo caos, in questo cimitero della civiltà, l’EP termina con il suo “Finale” gregoriano, un breve brano che spegne ogni nostra speranza nel futuro, se mai ne avessimo ancora.

Su quelle che sono le idee, ognuno avrà il suo giudizio personale, ma questo “Dish-Is-Nein” è un buon disco, caratterizzato da un’efficace connubio tra moderno e passato e da un utilizzo interessante di ciò che la tecnologia e l’elettronica possono offrire oggi alla musica.

By | 2018-02-13T07:25:27+00:00 febbraio 13th, 2018|MUSICA|0 Comments

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