CLONE OF THE UNIVERSE, Fu Manchu

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CLONE OF THE UNIVERSE, Fu Manchu

Scott Hill, fondatore, nonché chitarrista dei Fu Manchu, annuncia il dodicesimo album in studio della band americana che continua il suo viaggio nel segno della tradizione stoner rock. È, quindi, un disco denso di riff, riverberi, fuzz e distorsioni, con una martellante e massiccia sezione ritmica di fondo sapientemente disegnata dal basso di Brett Davis e dalla batteria di Scott Reeder, sulla quale si innestano gli assoli delle chitarre di Scott Hill e Bob Balch. Tutto secondo quelle regole che loro stessi, sotto il sole cocente della California, hanno contribuito a creare agli inizi degli anni novanta, guardando alle sonorità hard-rock degli anni settanta, al punk hardcore ed alla psichedelia: è questo l’universo in cui si sentono più a loro agio e nel quale riescono ad esprimersi meglio. L’unico appunto è che, nonostante la bellezza e l’intensità del loro sound, nonostante il disco sia omogeneo e compatto e le canzoni riescano a fare presa sugli ascoltatori, l’imprevedibilità e le innovazioni sono marginali.

Idealmente il disco può essere suddiviso in due parti: la prima è quella più classica e più vicina agli album del recente passato. Brani densi di contenuto che puntano ad esplorare l’universo che ci circonda e ci condiziona, alternando parti più lenti ed oniriche e parti più selvagge e veloci. “(I’ve Been) Hexed” è un brano ipnotico ed acido, mentre “Do Not Panic” è brutale e carico di dinamismo. La luce e l’ombra, la realtà e l’apparenza, la pace ed il pericolo, ci accompagnano in questo viaggio on the road; non ci resta che muoverci perché non ci sono più posti dove nascondersi e restare immobili, in questo deserto, equivale a morte certa (“Nowhere Left To Hide”).   

La seconda parte dell’album si riduce, in realtà, ad un unico brano, una suite a metà strada tra lo stoner, il metal ed il rock progressivo: “Il Mostro Atomico”, nato dalla collaborazione con Alex Lifeson, chitarrista della storica band dei Rush. Circa diciannove minuti di riff dilatati che alterano la nostra percezione dello spazio e del tempo: il nostro stesso mondo appare irreale. È la verità quella che stringiamo tra le mani o è l’ennesima bugia? È questo l’universo clonato in cui siamo stati confinati? Una cavalcata lisergica e strumentale, nella quale la voce si riduce al minimo, a frasi apparentemente disconnesse e senza alcun senso logico, proprio a rimarcare il fatto di essere finiti in una dimensione surreale nella quale le parole, l’ordinarietà e la quotidianità non hanno più senso, ma è tutto affidato all’istinto, alla musica, alla passione.

By | 2018-02-21T08:27:35+00:00 febbraio 21st, 2018|MUSICA|0 Comments

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