YOU DON’T EXIST, One Dimensional Man

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YOU DON’T EXIST, One Dimensional Man

“You Don’t Exist”, ricco di sonorità noise ed hardcore, segna il ritorno degli One Dimensional Man. Disco e tour caratterizzati da musica cattiva, arrabbiata e massiccia che, fortunatamente, non ha nulla a spartire con le modeste e ripetitive litanie finto-cantautoriali o finto-rapper alle quali si è stupidamente omologata la così detta musica indie italiana. Anche se, in realtà, come abbiamo più volte scritto, l’indie non esiste e più che associargli, in maniera forzata, questo o quel genere musicale, dovremmo parlare semplicemente di uno studiato format social-commerciale in grado di fare presa su un pubblico generalista portato ad appassionarsi più alla forma che al contenuto.

Gli One Dimensional Man, invece, si muovono su un territorio, aperto dalla brutale “Free Speech”, totalmente estraneo alle dinamiche che oggi vanno per la maggiore, nel quale la musica ha ancora il compito di veicolare idee.

“You Don’t Exist” è la rappresentazione delle nostre giornate tutte uguali. Ci trasciniamo stancamente, siamo sempre più indifferenti ed individualisti, mentre il mondo di cui dovremmo essere parte è sempre più disgregato e disunito. “Don’t Leave Me Alone” suona come un allarme, come il tentativo di invertire lo stato di cose vigente e riconquistare il proprio spazio vitale; ma ciò sarà possibile solo rivolgendosi all’esterno e tentando di costruire del legami reali, non semplicemente delle inutili connessioni virtuali.

Il nostro presente, 7 anni dopo, è ancora più sconvolto dalle contraddizioni sociali e dalle disparità: la guerra è parte del problema e non può mai essere ritenuta la soluzione. Intanto la batteria impone le sue ritmiche possenti, le chitarre ricreano atmosfere viscerali e distorte che ben si sposano con le angosce e le paure che sconvolgono la vita dei più poveri, dei più indifesi, dei più deboli. Un flusso continuo di brani senza pace che trovano il loro attimo di serenità e di calore nella suadente e melodica “A Crying Shame”. Ma si tratta solo di un attimo, la tempesta poi riprende furiosa passando attraverso l’energica “We Don’t Need Freedom”, la sfacciata “Alcohol” e la conclusiva “The American Dream”: quello che poteva essere il sogno americano, impersonificato anche dai suoi grandi presidenti del passato, oggi non esiste più, ma è tutto drammaticamente falso e profondamente iniquo ed ingiusto. La politica si è messa al servizio dei pochi potenti, sconfessando il suo ruolo e tradendo la fiducia dell’enorme massa di persone sfruttate e mantenute deliberatamente in uno stato continuo di paura e precarietà. È normale, quindi, esser finiti con l’essere governati da uomini come Nixon, o i due Bush; non sono altro che espressioni del sistema di potere dominante.

La salvezza resta molto lontana; meglio concentrarsi su questa musica rabbiosa, combattiva, estranea a qualsiasi compromesso e perdersi in questo disco del ritorno, un disco caratterizzato da grande coesione, intensità e forza espressiva.

By | 2018-02-27T16:34:21+00:00 febbraio 27th, 2018|MUSICA|0 Comments

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