ROOTSTOCK, Crypt Trip

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ROOTSTOCK, Crypt Trip

“Rootstock” è un album energetico che sembra essere venuto fuori da un’infuocata jam session degli anni settanta, densa di sonorità blues e hard-rock. L’inizio, “Heartslave”, è fiammante e veloce, ricco di assoli taglienti e con una possente sezione ritmica, mentre la successiva “Boogie No. 6” ammicca e sorride alle atmosfere retrò degli anni d’oro della psichedelia americana. Suoni acidi che provengono dal passato remoto, ma che vengono sapientemente e profondamente rielaborati dalla band texana, contestualizzandoli con i tempi moderni, in maniera tale da costruire qualcosa di nuovo ed interessante.

Il blues, l’acidità, le atmosfere epiche si fondono nella suadente “Aquarena Daydream”; la canzone spinge gli ascoltatori in profondità, per poi aumentare improvvisamente il suo ritmo e dare vita ad una divagazione sonora che mescola il jazz ed il rock più caldo e viscerale del profondo Sud degli Stati Uniti. Il presente ed il passato sono indistinguibili, si confondono; tempo e luogo non hanno più importanza, ma tutto si riduce ad un flusso di emozioni, di vita che scorre tanto sopra, che davanti al palco. Ci penserà successivamente il rovente e diretto rock & roll del brano seguente, “Rio Vista”, a riportarci con i piedi per terra ed a farci riprendere il contatto con quella che è la nostra realtà e con il nostro tempo. Ma il viaggio non è finito, non ancora. 

Nella parte finale del disco ritornano i suoni più lisergici e misteriosi, ma allo stesso tempo pieni di groove e di freschezza. “Natural Child” e “Tears Of Gaia”, che erano già parte di un vecchio EP, riescono nell’intento di far convivere assieme le sonorità desertiche care alla band di Austin con il suo nuovo corso blues-psichedelico. È come se gli Allman Brothers avessero incontrato i Black Sabbath, oggi, in un bel party nel bel mezzo del deserto texano ed avessero deciso di dare vita ad una lunga jam sperimentale. Non ci sono più due band, due stili differenti di fare musica, due storie diverse da raccontare, ma un unico disco, coeso, intenso e compatto, capace di avvolgere completamente gli ascoltatori e trasmettere loro empatia. In fondo è questo che deve fare la musica, quella buona almeno. Ed è ciò che, infatti, fanno i Crypt Trip. Non conta tanto il punto di partenza, ciò che ha davvero importanza sono i riff rocciosi, le acide cavalcate, la melodia, la voglia di stupire e la capacità di offrire alle persone comuni uno strumento vero per poter esprimere i propri sentimenti, anche se essi possono essere malinconici o dolorosi. La musica può sempre trasformarsi nella strada per ritrovare sé stessi. L’unico viaggio che conta davvero.

By | 2018-03-01T07:36:58+00:00 marzo 1st, 2018|MUSICA|0 Comments

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