giovedì, Novembre 21, 2019
Il Parco Paranoico

Pretty Hate Machine, Nine Inch Nails (30 anni)

Gli anni Ottanta avevano ormai esaurito la loro energia creativa: il metal classico era ormai ridotto in cenere, ma presto da quelle ceneri sarebbe nata una nuova fenice di metallo che mescolava le sonorità più heavy con altri generi musicali come il rap, il funk e l’elettronica. Anche la musica sintetica, tanto in voga negli anni Ottanta, con le sue atmosfere ambient ed oniriche, avrebbe ceduto il passo ai ritmi più incisivi e pressanti della dance più commerciale o dei nuovi idiomi techno, industrial ed house che andavano per la maggiore nei club underground.

In questo scenario cangiante ed in continua evoluzione si colloca il primo album dei Nine Inch Nails di Trent Reznor, allora appena ventiquattrenne: “Pretty Hate Machine”, un inquietante e turbolento incrocio di nu-metal ed elettronica industriale dominato da suoni oscuri e carichi d’angoscia. Un lavoro claustrofobico suonato dal solo Trent Reznor nel quale si avverte e si respira tutta l’instabilità e la mancanza di riferimenti assoluti che caratterizzavano la vita del musicista americano all’epoca, semplice tuttofare presso uno studio di registrazione di Cleveland, Ohio.

Il tema della delusione è, infatti, piuttosto diffuso nell’album; delusione nei confronti della società, della religione, della persona amata e persino verso sé stesso. Il primo lavoro targato NiN introduce nella freddezza della musica industriale l’elemento umano, dando vita ad una sorta di poetico flusso di coscienza elettronico che si scaglia contro quelle che Trent ritiene siano le infezioni che indeboliscono e rendono infelice l’essere umano. In “Head Like A Hole” la fanno da padrone i soldi; il Dio del denaro non si accontenta di possedere ogni cosa, egli vuole tutto, compresa la nostra anima. La dannazione diventa palpabile, qualcosa che ci impedisce di aprirci e condividere i nostri sentimenti: ogni sogno si trasforma in un fallimento; ogni preghiera in una maledizione; ogni promessa in una misera bugia; ogni amore appare impossibile e destinato a finire, come nella struggente e dolorante “Something I Can Never Have”. Dal punto vi vista emotivo l’album è vicino alle tematiche dei Joy Division ed anticipa alcune delle posizioni care a tante band di Seattle, mentre musicalmente Trent Reznor mostra il fascino che esercitavano su di lui band come i Depeche Mode, i Soft Cell e gli Skinny Puppy.

“I was up above it / Now I’m down in it” sono gli ultimi versi di “Down In It”, una resa senza condizioni da cui nessuno di noi sembra poter sfuggire, un buco nero che si spalanca e fagocita, inesorabilmente, quello che pensiamo siano le nostre vite, quello che crediamo sia importante. Ma solo se ci renderemo conto che si tratta di oggetti e sentimenti finti, solo se ci libereremo dai chiodi che ci impediscono di guardare la verità, potremo salvare le nostre anime dalla voragine che brama risucchiarle ed assoggettarle al suo morboso controllo.

Pubblicazione: 20 ottobre 1989
Durata: 48:42
Dischi: 1
Tracce: 10
Genere: Industrial Rock
Etichetta: TVT
Produttore: Trent Reznor, Flood, John Fryer, Keith LeBlanc, Adrian Sherwood
Registrazione: maggio– giugno 1989

1 – Head Like Hole – 5:00
2 – Terrible Lie – 4:38
3 – Down In It – 3:46
4 – Sanctified – 5:48
5 – Something I Can Never Have – 5:55
6 – Kinda I Want To – 4:34
7 – Sin – 4:05
8 – That’s What I Get – 4:30
9 – The Only Time – 4:46
10 – Ringfinger – 5:42

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About The Author

Michele Brigante Sanseverino, poeta, scrittore, ingegnere elettronico. Ha pubblicato "Il Covo Dei Briganti" (poesie), "Ultravioletto" (poesie) ed "Ummagumma" (favole del tempo andato). A breve verrà pubblicata la nuova raccolta di poesie "Per Dopo la Tempesta". Pubblica articoli di approfondimento musicale sia su "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it), che su "Indie For Bunnies" (http://www.indieforbunnies.com).

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