giovedì, 23 Gennaio, 2020
Il Parco Paranoico

Vitalogy, Pearl Jam (25 anni)

Mik Brigante Sanseverino 6 Dicembre, 2019 Anniversari Nessun commento su Vitalogy, Pearl Jam (25 anni)

Dopo i primi due celebri ed acclamati album, “Ten” e “Vs”, nel ’94 i Pearl Jam erano ormai entrati in spazi e dinamiche che, fino ad allora, erano state di pertinenza di band da classifica come gli U2, i R.E.M. o i Red Hot Chili Peppers, mentre, intanto, sia la stampa più generalista, che quella di settore, erano pronte a scaraventarsi sulla nuova band grunge del momento da dover spolpare, ridurre a brandelli e poi fagocitare, identificando in Eddie Vedder il prossimo Kurt Cobain da poter gettare in pasto ai media, condendo il tutto con i soliti luoghi comuni ed i mitici cliché da rockstar auto-distruttiva e nichilista.

Fu, molto probabilmente, anche a causa di quest’aria pesante che respiravano attorno a sé, se il nuovo album, “Vitalogy”, risultò molto più cupo, ostico, abrasivo e maligno, rispetto ai suoi due illustri predecessori. I Pearl Jam sentivano il reale bisogno di salvaguardare sé stessi, la propria vita personale e la propria musica, mettendola al riparo da quei riflettori distruttivi che avrebbero rischiato di bruciare ogni cosa tentassero di far germogliare. “Vitalogy” fu, dunque, una scelta ben precisa; rappresentò la necessità di tracciare una netta linea di demarcazione tra la band ed il mondo circostante, facendo leva anche su suoni più eclettici e sperimentali, rispetto a quelli che avevano contribuito a dar loro notorietà e successo commerciale.

“Vitalogy”, concepito mentre i Pearl Jam portavano in scena le canzoni di “Ten” e soprattutto di “Vs”, rappresentò la faccia scura ed ossessiva di quegli spettacoli travolgenti; fu un lavoro più denso e più maturo nei sentimenti e nei pensieri, più introspettivo e per certi versi più fragile, nel quale la band americana volle fermamente andare oltre quell’etichetta grunge che ormai risultava opprimente, grossolana ed insopportabile, buona solamente per vender giornali e tenere la gente incollata ad MTV.

In “Vitalogy” i Pearl Jam toccano con mano alcune delle esperienze più formanti e significative nella crescita e nella maturità di un essere umano; innanzitutto quella dell’abbandono e della paura di affrontare, da soli, le incertezze del futuro. “Nothingman” è una canzone solitaria, in bilico tra un future ignoto ed un passato che continua a tormentarci, a tenerci ancorati a qualcosa o qualcuno che non c’è più e che, anche per colpa nostra, abbiamo perduto per sempre. Musicalmente “Vitalogy” è un disco eterogeneo nel quale i Pearl Jam passano dalle sonorità grezze e taglienti di “Spin The Black Circle”, influenzata dal movimento punk-hardcore, alle sonorità molto più pop di “Better Man” o a quelle più tipicamente grunge, ma pervase da ritmiche ed impulsi oscuri, di “Whipping” e “Last Exit”.

I Pearl Jam sembrano ossessionati dalla fama conquistata, dipinta a tinte fosche e negative, come una creatura mostruosa che vuole solamente consumarti, sfruttarti e poi, quando non le servi più, gettarti via. Ed è così, allora, che ti ritrovi a precipitare nel vuoto e nella solitudine, senza nulla a cui aggrapparti, destinato a perdere tutto ciò a cui tenevi ed a toccare il fondo. La fama, infatti, va a braccetto con un’altra creatura abominevole e spietata: la menzogna… se il Sole splendesse davvero ridurrebbe le nostre maschere in cenere, ci farebbe apparire per quel che siamo, cioè nulla. La fine e la morte sono le tematiche forti di “Vitalogy”: in “Immortality” possiamo toccare con mano la disperazione e la vulnerabilità che può spingerci a lasciarci tutto alle spalle, soprattutto quando ti senti perennemente nel mirino del pubblico. Da ciò l’urlo liberatorio di “Not For You”, la volontà di rivendicare per sè il controllo dei propri tempi e dei propri spazi in modo rabbioso e viscerale, restando stupendamente in bilico tra durezza ed armonia, luce e buio, mentre, intanto, fuori, il mondo cambia velocemente e tutto appare più sbiadito, più consumato, più triste.

Pubblicazione: 6 dicembre 1994
Durata: 55:30
Dischi: 1
Tracce: 14
Genere: Grunge
Etichetta: Epic Records
Produttore: Brendan O’Brien, Pearl Jam
Registrazione: novembre 1993 – ottobre 1994

1 – Last Exit – 2:54
2 – Spin The Black Circle – 2:48
3 – Not For You – 5:52
4 – Tremor Christ – 4:12
5 – Nothingman – 4:35
6 – Whipping – 2:35
7 – Pry, To – 1:03
8 – Corduroy – 4:37
9 – Bugs – 2:45
10 – Satan’s Bed – 3:31
11 – Better Man – 4:28
12 – Aye Davanita – 2:58
13 – Immortality – 5:28
14 – Hey Foxymophandlemama, That’s Me – 7:44

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About The Author

Michele Brigante Sanseverino, poeta, scrittore, ingegnere elettronico. Ha pubblicato "Il Covo Dei Briganti" (poesie), "Ultravioletto" (poesie) ed "Ummagumma" (favole del tempo andato). A breve verrà pubblicata la nuova raccolta di poesie "Per Dopo la Tempesta". Pubblica articoli di approfondimento musicale sia su "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it), che su "Indie For Bunnies" (http://www.indieforbunnies.com).

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