sabato, 19 Settembre, 2020
Il Parco Paranoico

Physical Graffiti, Led Zeppelin [45 anni]

Tutto incomincia con il riff di “Custard Pie”, allo stesso tempo minaccioso ed inebriante, sensuale e lascivo, nel quale gli Zeps richiamano ed omaggiano sè stessi, guardando alle sonorità di brani passionali come “Whole Lotta Love” o “Communication Breakdown”, ma, contemporaneamente, compiono il loro sacrificio agli déi ancestrali, irascibili, vendicativi e carnali del Blues. Il tutto mentre John Paul Jones veste di sfumature elettriche e misteriose le sonorità del suo clavinet e John Bonham fa tremare, letteralmente, il cielo e la terra; e pensare che il primo avrebbe desiderato, all’epoca, ritirarsi nel coro della Cattedrale di Winchester ed il secondo era sempre più devastato, nell’anima e nel corpo, dai suoi turbolenti e distruttivi eccessi.

Ma dopo i primi cinque straordinari e già leggendari album, la band inglese era ormai decisa a prendere completamente il possesso del proprio destino e celebrare la sua fama: il primo progetto era fondare la propria etichetta discografica – la “Swan Song Records” – ed il secondo era quello di produrre una pellicola – “The Song Remains The Same” – che potesse essere sia la testimonianza reale della loro musica e dei loro show, che la rielaborazione visuale delle idee, dei concetti, dei miti, delle storie, delle emozioni e delle passioni che avevano consentito alla loro musica di essere tale. Ed in tal senso l’immagine di Apollo, dio delle arti, con le ali aperte, come un grandioso e stupefacente cigno, simboleggia alla perfezione la bellezza della musica e della poesia dei Led Zeppelin, la loro importanza, il loro essere, ormai, un riferimento per tante altre band.

Ma laddove c’è la luce, c’è sempre il buio più profondo – “deus est tenebra in anima post omnem lucem relicta” – e così Apollo può trasformarsi in Lucifero e lasciare che l’aspetto più tenebroso, inquietante e distruttivo del suo potere prenda il sopravvento. La lotta intestina e viscerale tra il Bene ed il Male, dunque, non avrà mai fine ed è essa, in fondo, il motore mistico che consente a questo nostro Universo di funzionare e di rinascere continuamente dalle sue stesse macerie: un infinito susseguirsi di albe e di tramonti, nel quale l’amore contemplativo e la passione sessuale accumulano e poi liberano la propria energia, proprio come avviene in “Houses Of The Holy”, brano tagliato dal precedente disco che trova il suo spazio e la sua dimensione in “Physical Graffiti”, nel quale è evidente come qualcosa che possiamo ritenere naturale, quasi banale, e cioè l’attrazione di un giovane per una donna, in realtà, contiene in sé il seme stesso della nostra essenza.

Il giardino che va inseminato è il corpo di entrambi, è la mente di entrambi, è tutto ciò che li circonda; e la musica, col suo volto luminoso ed oscuro, col suo tocco apollineo e luciferino, razionale ed impetuoso, con la sua capacità di costruire dal nulla o distruggere tutto ciò che pensavamo avesse importanza, è uno strumento ottimo col quale raggiungere questo scopo. Il seme permetterà al giardino di rinascere in una consapevolezza sempre più grande. Questa è la vera magia, questa è la strada di “Kashmir”, la strada che non avrà mai fine, la strada che rappresenta non l’esperienza personale di questo o quell’individuo, ciò sarebbe troppo limitante e legato ai ristretti margini spazio-temporali delle nostre passeggere esistenze, ma è l’insieme di tutte le energie aggreganti e disgreganti che pervadono, allo stesso tempo, sia l’intero Universo, che ciascuno di noi. Kashmir non è un semplice luogo fisico tra India e Pakistan, non è un suggestivo ed indimenticabile viaggio nel silenzio assordante del deserto, ma è il raggiungimento della vera consapevolezza, il luogo esistenziale in cui non siamo più ciechi, ma riusciamo a vedere persino la tenebra celata nell’anima di Dio.

Pubblicazione: 24 febbraio 1975
Durata: 82:15
Dischi: 2
Tracce: 15
Genere: Hard-rock
Etichetta: Swan Song Records
Produttore: Jimmy Page
Registrazione: luglio e dicembre 1970, gennaio–marzo 1971, maggio 1972, gennaio–febbraio 1974

1 – Custard Pie – 4:09
2 – The Rover – 4:35
3 – In My Time Of Dying – 5:13
4 – Houses Of The Holy – 3:44
5 – Trampled Under Foot – 5:18
6 – Kashmir – 3:08
7 – In The Light – 2:44
8 – Bron-Yr-Aur – 5:29
9 – Down By The Seaside – 4:09
10 – Ten Years Gone – 5:13
11 – Night Flight – 5:29
12 – The Wanton Song – 4:09
13 – Boogie with Stu – 5:13
14 – Black Country Woman – 4:09
15 – Sick Again – 5:13

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About The Author

Michele Brigante Sanseverino, poeta, scrittore, ingegnere elettronico. Ha pubblicato "Il Covo Dei Briganti" (poesie), "Ultravioletto" (poesie) ed "Ummagumma" (favole del tempo andato). A breve verrà pubblicata la nuova raccolta di poesie "Per Dopo la Tempesta". Pubblica articoli di approfondimento musicale sia su "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it), che su "Indie For Bunnies" (http://www.indieforbunnies.com).

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