venerdì, 5 Giugno, 2020
Il Parco Paranoico

Gigaton , Pearl Jam

Mik Brigante Sanseverino 27 Marzo, 2020 Dischi Nessun commento su Gigaton , Pearl Jam

Cosa sono stati i Pearl Jam dopo “Vitalogy”? Il grunge fu una fusione di punk ed amore per l’hard-rock più acido e viscerale degli anni Settanta, che tentava di rimettere la purezza e l’onestà dei sentimenti umani al centro del discorso musicale e che, purtroppo, più di una volta, immolò sé stesso per non cadere nelle tentazioni e nelle fauci di uno show business che non amava dei semplici musicisti, delle persone normali, spesso fragili, ma pretendeva, piuttosto, delle icone, dei pupazzi, degli anti-eroi su cui poter lucrare e fare cassa.

I Pearl Jam non finirono nel tritacarne perché seppero rinunciare a parte dell’originale purezza, mescolando il grunge innocente di “Jeremy” con sonorità hard-rock più classiche e rassicuranti, con una lirica meno criptica e più aperta al pubblico, con struggenti ballate d’atmosfera, con una tenue apertura all’elettronica, con una visione dello show business che potesse essere mainstream senza perdere il contatto con la cruda realtà, con le difficoltà del proletariato urbano, avvicinandosi, per certi versi, ad artisti globali come Bruce Springsteen o gli U2.

In “Gigaton” c’è esattamente ancora questo: il rock sanguigno ed appassionato di “Take the Long Way“; la nostalgica melodia di “Alright”; lo scheletrico e tagliente appeal punk di “Never Destination”; le atmosfere introspettive e poetiche di “Comes Then Goes“. Indubbiamente è difficile, dopo tanti anni, mantenere inalterata l’intensità ed il vigore originali, ma la strada oscura su cui si è avviata, ultimamente, la politica americana, ha contribuito a mettere in circolazione nelle vene della band di Seattle una dose maggiore di pathos ed un certo senso d’urgenza. Il tempo, oggi più che mai, è decisamente contro di noi, quindi dobbiamo affrettarci, lasciarci trasportare dalle chitarre frenetiche di “Superblood Wolfmoon”, creare quell’unità d’intenti che sembrano evocare le ritmiche ed i cori di “Quick Escape”, perché questo mondo è sul punto del collasso finale. In definitiva, “Gigaton” è sicuramente più vivo, più impegnato, più sentito, dei suoi predecessori; è un album nel quale la fiducia nelle possibilità dell’uomo combatte, canzone dopo canzone, con la paura del futuro fosco che ci attende dietro l’angolo, dopo la prossima elezione, dopo la prossima catastrofe naturale, dopo la prossima crisi economica, dopo la prossima pandemia.

I Pearl Jam ritrovano parte del dinamismo perduto, riescono ad evocare toni oscuri e drammatici, ma, allo stesso tempo, rendono morbidi gli spigoli; colpiscono, ma avrebbero potuto e dovuto farlo con più durezza. Tutto sommato, però, riescono nell’intento di mettere in musica l’abbandono di questo mondo da parte dell’umanità, creando un disco che si lascia ascoltare, con facilità e trasporto, dall’inizio alla fine; una fine che, per Eddie e soci, ora appare più lontana. Certo, preferiscono dare vita a suoni più “familiari” e conosciuti; si limitano a seguire una linea politica abbastanza definita e tracciata da altri, senza strafare; ma riescono a riempire il vuoto dell’appagazione, del successo e della fama, con sentimenti e stati d’animo che, in fondo, sono anche i nostri; si tratta delle medesime speranze e dei medesimi timori, dello stesso pianeta, dello stesso ghiaccio che si scioglie, dello stesso mare che s’ingrossa, dello stesso elettrocardiogramma che ci rammenta che siamo ancora vivi, ancora coscienti, ancora consapevoli, ancora in tempo per cambiare le cose.

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About The Author

Michele Brigante Sanseverino, poeta, scrittore, ingegnere elettronico. Ha pubblicato "Il Covo Dei Briganti" (poesie), "Ultravioletto" (poesie) ed "Ummagumma" (favole del tempo andato). A breve verrà pubblicata la nuova raccolta di poesie "Per Dopo la Tempesta". Pubblica articoli di approfondimento musicale sia su "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it), che su "Indie For Bunnies" (http://www.indieforbunnies.com).

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