venerdì, 4 Dicembre, 2020
Il Parco Paranoico

Songs For Drella, John Cale & Lou Reed [30 anni]

E se Dracula avesse affondato i suoi affilati canini nel candido e sinuoso collo della graziosa Cenerentola? Se ne avesse inciso la giugulare per succhiarne la giovane, passionale e gustosa energia vitale, finché di lei non fosse rimasto altro che un cadavere esangue, cereo e spettrale? Se la fiaba eterna di quella giovane e luminosa fanciulla avesse invaso il corpo morto del vampiro, cosa ne sarebbe stato della sua essenza notturna e dei suoi tenebrosi poteri?

La risposta è scritta nella storia passata, come ogni fiaba che si rispetti, per cui è necessario tornare agli anni Sessanta; gli anni di quegli eventi mediatici, distorti, minimali ed estranianti, noti come “Exploding Plastic Inevitable”. È lì che dal velluto grezzo ed inanimato, dalle accattivanti ed immediate rappresentazioni visuali pop-art e da un approccio auto-distruttivo ed impersonale, sarebbe venuta alla luce quella creatura di luce e buio nota come Drella, una rilettura ed un’interpretazione alternativa dell’arte e della musica, del rock e del pop, del rumore e della melodia.

Almeno una ventina d’anni dopo, Lou Reed e John Cale – nel 1990 – si sarebbero trovati ad omaggiare quell’essere apatico ed industrioso, comunicativo ed incompreso, timido e famelico, in un concept album che vedeva Lou alla chitarra e John alla tastiera ed alla viola elettrica: “Songs For Drella”. Cantano entrambi, alternandosi; ed alternando quelle che sono le proprie riflessioni ed i propri ricordi ai fatti veri ed alle leggende metropolitane, alle parole dell’artista e dell’uomo che è stato e continua ad essere Andy Warhol, intrecciando gli anni della formazione, quelli dell’ascesa ed infine quelli della ribalta.

La musica è pervasa da un forte senso di malinconia, gli arrangiamenti sono per lo più appena accennati, è tutto volutamente molto fragile, minimale e precario, perché la necessità più impellente non è quella di far emergere la musica in sé, bensì la storia che quella musica vuole trasmettere e raccontare. Le sonorità, costruite più sul piano di John, che sulla chitarra di Lou, vengono messe sullo sfondo, in modo che gli ascoltatori non siano distratti da sovrastrutture troppo macchinose e complesse e, allo stesso tempo, riescano a percepire l’essenza della narrazione, andando oltre l’immagine pubblica dell’anti-eroe, ma soffermandosi e concentrandosi, semmai specchiandosi, sulle vicende e sui sentimenti dell’uomo.

Bad skin / bad eyes / gay and fatty”, è così che inizia tutto, con un ragazzo desideroso di lasciare la natia e troppo piccola Pittsburgh (“Small Town”) e lasciarsi ogni cosa, persino il suo passato, le sue radici e le sue tradizioni, alle spalle (“Open House”), per trovare sé stesso altrove. Il tempo, con la sua urgenza e la sua fugacità, ci è sempre vicino, incombe sulle nostre scelte, a volte le sminuisce, altre volte le amplifica, ma ogni volta si prende qualcosa e lo dona alla Morte, una creatura antica e compassionevole, la cui presenza man, mano che si procede nell’ascolto del disco diviene sempre più percepibile, così come diventa più corposo il fardello di dolore e di rimpianto per la perdita dell’amato amico.

Non è più l’artista di fama mondiale, ma l’uomo solo di “A Dream”, il punto nevralgico dell’album; l’uomo che rivede tutta la sua vita al rallentatore, un fotogramma dopo l’altro, e riesce a riversarla in un sogno, mentre la Factory, Nico ed i Velvet Undergound, le diapositive, i film, i quadri, l’anti-pop ed il noise rock, gli eroi e gli anti-eroi fagocitati dalla Fama, diventano le ombre sfumate all’orizzonte di quella creatura cupa e pensierosa che si domanda perché, ora, è sola; perché si sente così triste; perché non è con gli altri; perché è stata esclusa dalla festa.

Con il tempo tutto appare più dolce e persino i risentimenti, anche quelli che non potremo mai svelare, ci appaiono futili questioni di orgoglio, soprattutto quando sei costretto ad aver a che fare con la Fine. Ma solo l’uomo può finire, non il vampiro, non la fiaba: “It Wasn’t Me”, solo l’uomo, non ciò che egli ha ideato, concepito e plasmato con tutto il suo amore e la sua passione.

Pubblicazione: 11 aprile 1990
Durata: 52:54
Dischi: 15
Tracce: 6
Genere: Art rock
Etichetta: Sire Records
Produttore: John Cale & Lou Reed
Registrazione: dicembre 1989 – gennaio 1990

1.Smalltown– 2:04
2.Open House – 4:18
3.Style It Takes – 2:54
4.Work – 2:38
5.Trouble with Classicists – 3:42
6.Starlight – 3:28
7.Faces and Names– 3:31
8.Images – 3:05
9.Slip Away (A Warning) – 3:30
10.It Wasn’t Me – 3:18
11.I Believe – 3:46
12.Nobody But You– 5:49
13.A Dream – 6:33
14.Forever Changed – 4:52
15.Hello It’s Me– 3:13

Like this Article? Share it!

About The Author

Michele Sanseverino, poeta, scrittore ed ingegnere elettronico. Michele Sanseverino, poeta, scrittore ed ingegnere elettronico. Ha pubblicato la raccolta di favole del tempo andato "Ummagumma" e diverse raccolte di poesie, tra cui la raccolta virtuale, condivisa e liberamente accessibile "Frammenti di Tempesta" (www.checkpointcharlie.com). Ideatore della webzine di approfondimento musicale "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine musicale "IndieForBunnies" (www.indieforbunnies.com).

Comments are closed.