venerdì, 27 Novembre, 2020
Il Parco Paranoico

Vinicio Capossela @ SEI Festival, Castro Marina (9/8/20)

Tra le varie versioni inerenti le origini di Pan ve ne è una che lo vuole figlio di Penelope e di quegli uomini ostili e prepotenti che pretendevano obbligarla a dimenticare per sempre il suo Ulisse: i Proci. Penelope, divorata dai feroci demoni dell’attesa, era del tutto impotente dinanzi a quel destino che prendeva sempre più le sembianze di una tempesta violenta ed ineluttabile. Pan, pandemonium, è il frutto del seme selvaggio, divora colei che lo ha nutrito e generato e che ora si sente perennemente imprigionata, in attesa di una svolta, di un risultato, di una risposta, di un incontro da cui sa che dipende il suo futuro, quello della sua casa, quello dei suoi affetti più cari, soprattutto di coloro che sono più deboli, più fragili e più indifesi, quei poveri cristi ai quali, spesso, cacciamo via l’anima e dei quali fingiamo di non sapere nulla, convincendoci che, in fondo, sono solamente numeri impersonali.

Data la vicinanza, non solo spirituale, storica e culturale, ma anche fisica con l’agognata Itaca, figlia del medesimo mare, ieri sera, il demone pandemico si è materializzato, in tutta la sua bestialità e forza distruttiva, nella suggestiva Castro Marina, mentre le barche fissavano, silenziose e sornione, questo spettacolo che via, via prendeva forma sul molo del porto. La musica di Vinicio Capossela ha dapprima invocato il demone, chiamandolo per nome, denunciandone ogni abuso, ricordandoci come la nostra paura generi emergenza e come l’emergenza venga sfruttata da altri demoni, autoritari ed arroganti, avidi e dispotici, per consolidare il proprio potere, deformando quelli che sono i giusti e normali confini delle nostre democrazie. Confini che vengono abbattuti e spazzati via per edificarne di nuovi, di più possenti, di più invalicabili, di più minacciosi, tra le singole persone, ciascuna chiusa nel suo personale girone infernale di diffidenza, odio ed intolleranza.

Ed è così che i nostri quartieri cambiano faccia, dimenticano per sempre i loro vecchi. Quartieri che vengono inghiottiti da sirene urlanti e malevole a cui il “maledetto” Vinicio contrappone le sue di sirene, figlie di quel suono del mare che in questa terra antica è da sempre familiare, “lu rusciu te lu mare”. Le sirene cercano proprio noi, ci parlano, ci rassicurano, sono l’ordine che vince il caos, la bellezza che si oppone al demoniaco pandemico. Hanno la voce di Gianni Mura, di tutti coloro che sono andati via da soli, senza un ultimo abbraccio. Certo, ci sentiamo smarriti dinanzi a questi suoni e queste voci, il peso delle emozioni è troppo forte, ma non possiamo fare a meno di sintonizzarci sul theremin delle loro anime. Solo così, ricordandoli assieme, diventeremo più forti e potremo cacciare via i demoni che sembrano aver preso il sopravvento ed il controllo del mondo intero.

In tempi talmente oscuri e pestilenti, la strada non può essere che una sola, quella che Vinicio, “daimon” coscienzioso e eternamente fanciullo, chiama la dolce strada dell’indulgere. Indulgere nei confronti del prossimo, senza guardare da quale lato del mare arrivi, perché il mare è sempre solamente uno, così come sono unici i nostri sentimenti, le nostre anime, le nostre vite, il nostro sangue.

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About The Author

Michele Brigante Sanseverino, poeta, scrittore, ingegnere elettronico. Ha pubblicato "Il Covo Dei Briganti" (poesie), "Ultravioletto" (poesie) ed "Ummagumma" (favole del tempo andato). A breve verrà pubblicata la nuova raccolta di poesie "Per Dopo la Tempesta". Pubblica articoli di approfondimento musicale sia su "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it), che su "Indie For Bunnies" (http://www.indieforbunnies.com).

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