C’è una dimensione epica e cerimoniale che si schiude sin dalle prime note di questo disco. È una dimensione arcaica, crepuscolare e sinistra, in cui le ombre si fanno presenze, in cui il passato non è mai morto e gli spiriti silenziosi — provenienti da epoche remote e da mondi dimenticati — tornano a camminare accanto a noi. Non sono spettri ostili, ma antichi alleati, venuti in nostro soccorso contro quelle forze spietate ed invisibili che vogliono annichilirci, ridurci a gusci vuoti, a corpi privi d’anima, a figure che esistono, senza più sentire, senza più immaginare.
Ci vogliono trasformare in sagome che si trascinano su percorsi mediatici, rumorosi, luccicanti e illusoriamente felici, specchi deformanti di una solitudine collettiva. Percorsi saturi di angosce mai confessate, di paure indurite, di piccole e grandi malvagità senza scopo e senza senso. Una cattiveria sterile e gratuita, che, proprio per la sua inutilità, si fa ancora più crudele, ancora più assurda, ancora più tragica.
Ma qui, tra trame psichedeliche ed esoteriche, tra un folk trepidante ed apocalittico e meditazioni ambient che odorano di muschio e di terra umida, qualcosa si muove. Intorno a noi le creature dalla maschera nera prendono forma, attraversano i suoni e diventano carne, musica e battito, si fanno compagne di viaggio in un rito antichissimo e futuribile. I Mamuthones, con il loro passo greve e con i campanacci che scuotono l’aria, incarnano il senso profondo del Carnevale ancestrale. Non quello carnevalesco da cartolina, ma quello primitivo e pagano che nasce dall’urgenza di esorcizzare l’inverno, di scuotere la terra dormiente, di far risorgere il ciclo delle stagioni. Ogni maschera è un ponte tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che siamo e ciò che abbiamo sepolto. In Sardegna, come in tante culture arcaiche, il Carnevale non è solo festa, ma rito di passaggio, sfida alla morte e riconciliazione con le forze primordiali della natura.
Così, mentre il disco procede come un viaggio circolare, comprendiamo che il futuro non è una linea retta, ma un altro giro di ruota, un altro ciclo di stagioni, un altro abisso da cui risorgere. È una spirale che ci risucchia e ci restituisce, mutati eppure uguali, differenti eppure identici. E in questo rituale sonoro, anche noi lasciamo cadere la maschera che indossavamo, quella che credevamo di essere, quella che ci obbligavano ad essere. La gettiamo via per affrontare il domani nella nostra nudità più sincera, nella verità di ciò che resta quando il clamore svanisce: solamente polvere, solo il desiderio e il battito ostinato di chi, nonostante tutto, continua a cercare.


























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