lunedì, Dicembre 15, 2025
Il Parco Paranoico

Back To The Beginning @ Villa Park, Birmingham 5/7/25

I Black Sabbath hanno scritto il proprio epilogo, e l’hanno fatto come soltanto loro sapevano: con un ultimo abbraccio sonoro che è insieme celebrazione, commiato e rito ancestrale. “War Pigs”, “N.I.B.”, “Iron Man”, “Paranoid” — titoli che non sono soltanto canzoni, ma si tratta di veri e propri monumenti eretti nel tempo, brani che hanno inciso le fondamenta di un genere e attraversato la cultura musicale come comete che non termineranno mai il loro viaggio, catturando ed ammaliando altri ascoltatori, altre generazioni.

La grandezza dei Sabbath sta nell’essere stati più di una semplice band; sono stati un punto d’origine, una fenditura nel continuum sonoro da cui è sgorgato tutto ciò che oggi chiamiamo heavy metal, e molto altro ancora. Non è un caso se l’aggettivo sabbathiano sia entrato, stabilmente, nel lessico musicale, evocato ogniqualvolta oscurità telluriche, riff saturi, atmosfere allucinate e bassi profondi risuonano in nuove composizioni. È una parola che non descrive solamente un suono, ma un’attitudine, un’estetica, una visione del mondo.

Il cerchio si è chiuso là dove tutto ebbe inizio; a Birmingham, città di fabbriche e di nebbie industriali, dove il fumo e il metallo fuso si mescolavano all’odore dei sogni impossibili. Un luogo che, nelle sue ombre e nei suoi clangori, ha saputo riflettersi, perfettamente, nelle elegie pesanti e cosmiche che i Black Sabbath hanno sempre saputo comporre. È stato un ritorno a casa, ma anche un saluto al mondo. Eppure ogni fine è soltanto un nuovo principio, un inizio sotto mentite spoglie. La storia dell’heavy metal continuerà a pulsare, a mutare, a contaminarsi — senza mai dimenticare da dove è venuta. Perché se i Sabbath hanno salutato il palco del mondo, le loro note restano impresse nell’aria, nei dischi, nelle vene di chiunque abbia mai impugnato una chitarra sognando di farla risuonare come Tony Iommi, o abbia mai urlato nel microfono rincorrendo il fantasma elettrico e bizzarro, magico e suadente di Ozzy Osbourne.

Certo, l’addio ha sempre il sapore dolceamaro della malinconia, reso ancor più struggente dalle condizioni di salute di Ozzy. E quando le luci si spengono, quando gli amplificatori smettono di vibrare e quando il silenzio torna a reclamare il suo spazio, resta quell’antica consapevolezza: aver amato, seguito e vissuto una band che è stata il ground zero per l’intera cultura metal. Musicisti che hanno saputo attraversare i decenni senza mai piegarsi, rimanendo fedeli a sé stessi, anche quando la società pretendeva altro, quando le mode incalzavano, le tecnologie prendevano il sopravvento, le bolle virtuali inghiottivano le nostre vite reali e le sentinelle morali puntavano il dito.

I Black Sabbath hanno saputo essere un punto fermo per la ricerca sonora degli anni Settanta, per i metallari degli anni Ottanta, un’eco viva per le band grunge degli anni Novanta, una radice inestirpabile nel suolo fertile delle big four band del thrash-metal, e un faro solitario per le derive sonore, più magmatiche, del nuovo millennio — dallo stoner-rock al progressive metal, dall’industrial rock alle avanguardie più sulfuree ed oscure. Mai conformisti, mai prigionieri di un’idea, mai disposti a mutare il proprio linguaggio per renderlo più socialmente accettabile e conforme alle politiche del momento. Perché in fondo, i Sabbath hanno sempre raccontato l’essenza cruda ed ancestrale della condizione umana: la paura, il male, il caos, ma anche la potenza liberatoria del rumore, del disordine e della disobbedienza. E ora che il sipario è calato, resta, ovviamente, il rispetto per ciò che hanno creato, e la certezza che il loro suono continuerà a riverberare nei secoli a venire.

Perché certi echi non conoscono fine. Sono come i versi di Dylan Thomas, poeta della notte e dell’inquietudine, che invitava a non arrendersi mai al silenzio e all’oblio:

Do not go gentle into that good night,
Rage, rage against the dying of the light.

Non entrare lieve in quella buona notte,
ribellati, ribellati alla luce che si estingue.

E i Black Sabbath, in fondo, questo hanno sempre fatto. Figli della medesima notte inquieta, hanno urlato contro il buio, hanno suonato contro il silenzio, hanno trasformato l’oscurità in musica, e la paura in bellezza distorta. Anche adesso che gli amplificatori si spengono e che il palco si svuota, il loro riverbero resta sospeso nell’aria, in eterno conflitto con la fine.

Ogni nota, un atto di resistenza. Ogni canzone, un ruggito, una rivolta, una ribellione che si oppone al morire della luce.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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