Il mare non bagna Napoli. Non lo fa più da tempo. E non è solamente un fatto fisico, di sponde negate o di accessi sottratti, ma una verità più profonda e amarissima: Napoli è diventata una città che ha smarrito il suo riflesso nel mare, che non si specchia più nell’acqua che l’ha resa eterna agli occhi dei Greci, dei Romani, dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, di chiunque abbia tentato di addomesticarla e non c’è mai riuscito davvero. O meglio, c’è riuscito solo nella forma più vile, cioè quella del potere infame ed ingrato.
Ma, intanto, Napoli è rimasta prigioniera di sé stessa, di un immaginario costruito a colpi di folclore e di disperazione patinata, venduta ogni giorno al miglior offerente — al turista in cerca della foto davanti al murales scrostato di Maradona, ai predatori di storie di strada addomesticate per bene, ai devoti del rito dell’arrangiarsi trasformato in mitologia da esportazione. E mentre la cartolina resiste e si rinnova, dietro di essa si consuma e si smarrisce una città che non trova più il mare. Non quello vero. Non quello che custodisce i racconti degli approdi e delle fughe, delle incontri e degli abbracci, delle invasioni e delle promesse mai mantenute.
Oggi il mare di Napoli è morto. È un simulacro, una lastra immobile dove si riflette solo la parte più superficiale di questa città, che, nel frattempo, ha visto crescere le sue miserie umane come erbacce tra i vicoli, occupando cortili, piazze, chiese, monumenti e palazzi e seppellendoli sotto tonnellate di maldicenze, di sciocchezze, di ignoranza,
di piagnistei, di vittimismo, di strafottenza e di luoghi comuni, un cumulo di apparenze da street-photography, buone solamente per i social. Le vecchie sventure si sono trasformate in costume e propaganda, gli sgherri hanno indossato il sorriso compiacente dei padroni di casa e, intanto, dietro quel sipario di voci e di luminarie resta un abisso umano che nessuno più vuole raccontare.
Perché oggi a Napoli — come in molte altre città d’Italia — sotto il cielo nero non cresce più nulla. Non cresce l’amore vero per la propria terra, né la memoria reale di ciò che è stato. Vengono, invece, sfruttati solamente i ricordi manipolati, le narrazioni utili, i selfie consumati davanti ad un golfo che custodisce, nelle sue profondità oscure, i corpi e le storie che nessuno ha mai avuto la voglia e il coraggio di raccontare fino in fondo. Ed è proprio qui, in questo vuoto di valori, di sentimenti e di verità, che può rinascere una nuova voce, una nuova corrente sotterranea, che non è fatta dalla solite malinconie stereotipate e dalle solite melodie trite e ritrite, ma che è fatta di suoni crudi, elettronici, distorti e contaminati, di battiti sintetici e lamenti digitali che riportano, alla superficie, la vertigine di una città che si ribella, che rifiuta la propria sterile e sputtanata immagine da cartolina e si riprende il diritto di essere mostruosa, viva, cangiante.
La salvezza può essere, dunque, solo negli artisti, nei producer, nei dj e nei collettivi che campionano il vero rumore dei vicoli, i respiri dei bassi, le voci dei fantasmi urbani e delle sirene spezzate, e li trasformano in frequenze capaci di raccontare Napoli per quello che è davvero: una terra sospesa e ferita, un luogo in cui il mare non bagna più, ma dove il suono — finalmente libero dalle gabbie asfissianti del folclore a buon mercato — può ancora arrivare a toccare ciò che resta del cuore. Perché in fondo, tra un beat ossessivo e un synth notturno, tra le maglie di una drum-machine e i rintocchi di una sirena strappata alla notte, Napoli respira ancora. E forse è proprio da lì, da questa colonna sonora invisibile e ruvida, che si può immaginare di rimettere insieme i pezzi malconci della sua storia.
Il mare non bagna più Napoli. Ma la musica, quella sì.

























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